RAY WILSON
The Next Best Thing
InsideOut/Audioglobe 2004
Durata CD: 45’40''


Chi segue Wonderous Stories o conosce un minimo la storia di Ray Wilson sa quali effetti abbiano avuto sul ragazzone scozzese le vicende successive alla tournèe europea di Calling All Stations: l’insuccesso del disco, lo scioglimento dei Genesis, il riavvicinamento tra Banks, Rutherford e Collins, il crollo di un sogno e il disagio di dover ricominciare tutto da capo proprio quando sembrava essere arrivato il momento della definitiva consacrazione. Per provare a reagire a una botta di questa portata, Ray ha scelto la strada più logica: si è buttato nella musica, cercando di rilanciare la sua carriera. È ripartito dalle basi: da una chitarra acustica e da una voce tra le più belle che la scena pop rock degli ultimi anni possa ricordare; ha messo insieme un pugno di cover e di nuove canzoni e si è presentato sul palco così, quasi nudo, in un ultimo estremo tentativo di resettare il passato, accettare il presente e consegnarsi al futuro.

Il live acustico autoprodotto (2001) ha fruttato a Ray la rinnovata attenzione degli appassionati e un contratto con la Inside Out. Change, pubblicato lo scorso anno dall’etichetta tedesca, è stato l’album del ritorno sulle scene. The next best thing ci propone un artista che si è definitivamente rimesso in moto verso la ricerca di una sua identità solista. Dodici brani, purtroppo spesso troppo brevi, quasi solo abbozzati, sempre costruiti su atmosfere acustiche ma più ricchi rispetto al precedente Change, principalmente grazie al piano e alle orchestrazioni di Irvin Duguid. Le coordinate sono ancora rock blues, le chitarre elettriche sporche e slide; lo spettro di Bowie si agita dietro il sinfonismo decadente di How high, che mescolato al rock melodico in stile Coldplay attraversa tutto l’album. Siamo vicini sotto molti aspetti a un disco come quel Millionairhead pubblicato nel 1999 a nome Cut, ma l'inserimento di nuovi elementi testimonia la crescita dell’artista anglosassone. Una tromba fa capolino inaspettatamente nel blues grottesco di The fool in me, un clavicembalo straniante colora di prog la struggente The actor, che con i suoi quattro minuti e trentanove secondi risulta il brano più lungo del disco. Pumpkinhead e la cover di Inside servono a Wilson per dimostrare a se stesso e ai fan che i tempi degli Stiltskin non sono poi così lontani. Si chiude in crescendo con lo strumentale che da il titolo all’album: ancora una tromba, un pianoforte, una fisarmonica, un feeling quasi da jazz rock. Potrebbe essere davvero questa la prossima grande cosa che Ray ha in mente di regalarci.

Paolo Carnelli

Per maggiori informazioni: www.raywilson.co.uk- www.insideoutmusic.com
Vedi anche: WS 18 (intervista e recensione Live Acoustic) - WS 22 (recensione Change)