Chi segue Wonderous Stories
o conosce un minimo la storia di Ray Wilson
sa quali effetti abbiano avuto sul ragazzone scozzese le vicende successive
alla tournèe europea di Calling All Stations:
l’insuccesso del disco, lo scioglimento dei Genesis,
il riavvicinamento tra Banks,
Rutherford e Collins,
il crollo di un sogno e il disagio di dover ricominciare tutto da capo
proprio quando sembrava essere arrivato il momento della definitiva consacrazione.
Per provare a reagire a una botta di questa portata, Ray ha scelto la
strada più logica: si è buttato nella musica, cercando di
rilanciare la sua carriera. È ripartito dalle basi: da una chitarra
acustica e da una voce tra le più belle che la scena pop rock degli
ultimi anni possa ricordare; ha messo insieme un pugno di cover e di nuove
canzoni e si è presentato sul palco così, quasi nudo, in
un ultimo estremo tentativo di resettare il passato, accettare il presente
e consegnarsi al futuro.
Il live acustico autoprodotto (2001) ha fruttato a Ray la rinnovata attenzione
degli appassionati e un contratto con la Inside Out. Change,
pubblicato lo scorso anno dall’etichetta tedesca, è stato
l’album del ritorno sulle scene. The next
best thing ci propone un artista che si è definitivamente
rimesso in moto verso la ricerca di una sua identità solista. Dodici
brani, purtroppo spesso troppo brevi, quasi solo abbozzati, sempre costruiti
su atmosfere acustiche ma più ricchi rispetto al precedente Change,
principalmente grazie al piano e alle orchestrazioni di Irvin
Duguid. Le coordinate sono ancora rock blues, le chitarre
elettriche sporche e slide; lo spettro di Bowie
si agita dietro il sinfonismo decadente di How
high, che mescolato al rock melodico in stile Coldplay
attraversa tutto l’album. Siamo vicini sotto molti aspetti a un
disco come quel Millionairhead pubblicato
nel 1999 a nome Cut, ma
l'inserimento di nuovi elementi testimonia la crescita dell’artista
anglosassone. Una tromba fa capolino inaspettatamente nel blues grottesco
di The fool in me, un clavicembalo
straniante colora di prog la struggente The
actor, che con i suoi quattro minuti e trentanove secondi
risulta il brano più lungo del disco. Pumpkinhead
e la cover di Inside servono a Wilson
per dimostrare a se stesso e ai fan che i tempi degli Stiltskin
non sono poi così lontani. Si chiude in crescendo con lo strumentale
che da il titolo all’album: ancora una tromba, un pianoforte, una
fisarmonica, un feeling quasi da jazz rock. Potrebbe essere davvero questa
la prossima grande cosa che Ray ha in mente di regalarci.
Paolo Carnelli
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