EMANUELE KRAUSHAAR
Tic
AtìEditore
145 pp.


Tic, dell’esordiente Emanuele Kraushaar, è un prodotto editoriale insolito. Non lo si può definire un libro di racconti, perché è qualcosa di più e di diverso: non solo storie, ma fotografie di comportamenti, cronache illustrate di ordinarie nevrosi e straordinarie paranoie. Immagini di banali vite quotidiane che si portano sulle spalle un fardello di insofferenza e insoddisfazione fino al punto di rottura determinato da insignificanti cause che generano smisurati effetti. È a questo punto che il protagonista oltrepassa i confini dell’autocontrollo, principalmente perché non ha o non vuole un interlocutore con cui rapportarsi. Tic ci mostra senza mezzi termini la degenerazione inesorabile del pensiero umano per mancanza di un polo di dialogo. Per vivere in una società, l’individuo ha bisogno di un punto di riferimento che permetta di tracciare le sue coordinate personali, per sapere oggettivamente chi è, e avere coscienza del suo ruolo. Mancando questo riferimento l’individuo brancola nel buio senza una direzione, non vede le cose che lo circondano, confonde gli oggetti e si crea delle paure, formula ipotesi prive di fondamento. Un comportamento aberrante che gli altri non vedono, perché sono ciechi a loro volta. Quello disegnato da EK è un mondo dove spesso la comunicazione non esiste. Ed è il mondo a cui purtroppo ci stiamo avvicinando.

Apre la serie di racconti una storia apparentemente normale, ma emblematica, che ruota attorno ad un gatto “bianco e pulitissimo”. Protagonisti, una coppia qualunque, una vita ordinaria, dove l’unico fattore straordinario è il gatto, il solo elemento comune di due vite che scorrono parallele senza intersecarsi, sui binari della quotidianità. La scomparsa incidentale del gatto (di proprietà della moglie) mentre era affidato al marito, causa la rottura del rapporto, rottura che si manifesta come silenzio totale da parte della moglie, comportamento ovvio in un rapporto privo di dialogo. Alla fine il gatto ricompare, meno pulito e meno bianco, malconcio come il rapporto tra i protagonisti. È l’occasione per ricomporre la frattura, ma il protagonista esita. Prende in considerazione l’idea di non riportare a casa il gatto. Il finale, lascia intendere che tutto tornerà alla situazione precedente. Ecco dunque uno dei più grandi nemici della comunicazione: la pigrizia, l’incapacità di spendere energie per costruire un dialogo. Il protagonista del racconto, preferisce la banalità e l’insoddisfazione alla fatica del rimettersi in gioco, al punto di tirarsi indietro quando il caso gliene offre l’opportunità.

EK ha l’arte della sintesi. Il linguaggio è semplice, ma estremamente efficace. Usa espressioni tipiche dell’immaginario collettivo, scelta che gli permette di descrivere personaggi con una sola frase. Personaggi che non diventano cliché perché personalizzati dall’autore attraverso il comportamento. Si limita a presentare i fatti; vede i mali della società e li riporta. Non ha in mente di cambiare il mondo. Per questo, il lettore ignaro che affronta il libro è come il gatto “bianco e pulitissimo”. E proprio come il gatto si trova alla fine, dopo aver attraversato le pagine e i personaggi, meno pulito e quasi non più bianco (sia gatto che lettore non hanno colpa di quello che accade, tuttavia la loro esistenza verrà modificata dal corso degli eventi). EK invece, a differenza del lettore e del felino, lui sì che è rimasto bianco e pulitissimo. Forse perché non è un gatto.

Daniela Bellora

Per maggiori informazioni: www.emanuelek.it