Era questo l’unico modo per “ritornare sul luogo del delitto”
senza incappare in sentimentalismi (cosa peraltro assolutamente estranea
al pianeta Area), nostalgie
e stravolgimenti irriguardosi e astorici. Un Maniero (Il castello di Maenza).
Un progetto che ronzava da molti tempo nella testa di Fariselli.
Almeno da quando (sono sue esplicite parole) “mi sono reso conto,
esibendomi più volte in concerto, di poter riuscire a restituire
col solo strumento acustico, tutta l’energia e la vitalità
che i brani esprimevano in origine”. Dodici temi degli Area
(musica composta dal 1972 fino alla reunion del 1997) dilatati con gusto
ed equilibrio dal DNA jazzistico di Patrizio. Un lavoro che potrà
fungere da ponte tra passato e futuro: rimane intatto il fascino iconoclasta
degli Area irrigato, però,
da un contagioso e raffinato gusto per il melos e un rarefatto lirismo
che solo lunghe meditazioni, pazienti riletture e l’atmosfera di
un’antica fortezza potevano (ri)evocare.
E poi c’è l’essenzialità. Pianoforte solo come
arguto contraltare agli arrangiamenti viscerali e crudelmente tortuosi
a cui l’International POPular Group ci aveva abituato (o viziato).
Qui si staglia solenne, ieratica ed inafferrabile la figura di Patrizio
Fariselli, colui che ho sempre considerato e ammirato
come il vero motore degli Area. Il suo è un pianismo duttile, versatile,
attratto dalla solitaria cantabilità (la conclusiva Eftrafios
da Chernobil 7991 è di una
bellezza struggente, così come la lievità di Gioia
e Rivoluzione), le liquide evanescenze arabeggianti dell’inaugurale
Cometa Rossa fino al vortice “dervishico”
de Il Bandito del deserto. Ma, veramente,
tutte le dodici tracce sono di altissimo livello. Uno di quei rari casi
in cui Emotività e Lucidità danzano mortalmente avvinghiate.
Molto bello anche il bonus DVD contenente il “making of” dell’album
e altri materiali tratti dalla produzione del Maestro.
Vincenzo Giorgio
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