Chi segue e ascolta gli Echolyn
da anni, ormai avrà capito che è meglio mettersi il cuore
in pace: Suffocating the Bloom e
As the World – quest’ultimo
tra l’altro ristampato con bonus DVD proprio in questi giorni -
sono destinati a rimanere capolavori inarrivabili; ma del resto gli stessi
ragazzi americani sono i primi ad ammetterlo. Non si tratta di mancanza
di ispirazione, ma semplicemente di un cambio di prospettiva che dalla
reunion del 2000 ha portato la band ad abbandonare progressivamente le
ambizioni sinfoniche e barocche degli esordi in nome di un approccio più
diretto ed essenziale, “spigoloso”, come amano dire Brett
Kull e Chris Buzby.
E proprio su quest’asse interna al gruppo – il rock sporco
e “roots” del barbuto chitarrista da una parte, la vocazione
classico sinfonica del professore di musica dall’altra – si
gioca ogni volta il destino di un nuovo album degli Echolyn. La sensazione
tangibile, a partire dal sottovalutato Cowboy
Poems Free, è che la fazione rock della band, ovvero
quella rappresentata da Kull, Weston e Ramsey, abbia un po’ fagocitato
quella sinfonica, rappresentata dal solo Buzby, autolimitatosi progressivamente
anche dal punto di vista timbrico a una tavolozza sonora più ristretta.
Con The End is Beautiful questa
tendenza viene confermata, ma l’album si stacca dai precedenti per
la cura e la maturità con cui ognuno dei brani viene confezionato,
e per le riuscite digressioni armoniche e strutturali che li caratterizzano.
Musicalmente più che l’annunciato utilizzo dei fiati, inseriti
con parsimonia e oculatezza nel tessuto strumentale di tre delle otto
tracce presenti sul cd, colpisce la presenza di una inedita componente
elettronica e noisy, con diverse pennellate a base di campionamenti ritmici,
spezzoni radiofonici e loop veramente azzeccate. Molto importante appare
anche il ritorno al basso di Tom Hyatt,
capace di restituire ai pezzi quel groove e quella varietà ritmica
che ha caratterizzato gli Echolyn dei tempi migliori, tanto da permettere
al gruppo di sconfinare con disinvoltura in territori funky, jazz e soul.
E il prog? È tutto nel delizioso break in stile Relayer
che spezza l’iniziale Georgia Pine,
nell’esplosiva miscela Yes
+ Gentle Giant + King
Crimson che alimenta la trascinante Make
Me Sway, nelle malinconiche parentesi a cavallo tra Roger
Waters e i Marillion
di Hogarth che si aprono con ritrovata naturalezza tra le pieghe dei brani.
Ma soprattutto è in un approccio coraggioso e moderno alla forma
canzone, che recupera in un colpo solo concretezza, originalità
e melodia. Una menzione particolare la merita anche la parte testuale,
che ci conduce per mano attraverso le nevrosi e le paure dell’ “uomo
schizoide del ventesimo secolo”, ideale discesa in un inferno personale
in cui la fine è inevitabilmente vista, in un modo o nell’altro,
come una liberazione. Perché “il mondo è solo
un portacenere, che raccoglie tutto ciò che è esaurito.
E non è confortante sapere che ormai è pieno fino all’orlo”.
In un mondo fatto di alienazione e depressione, un mondo tipicamente americano
(provate a contare tutte le volte che la parola gun viene utilizzata
all’interno dei brani) neanche l’amore fornisce motivo di
conforto: ogni rapporto è solo il pretesto per un attacco di “mal
d’amore mattutino”, per uno sfogo di istinti primordiali.
The End is Beautiful, ma per gli
Echolyn questo è
davvero un nuovo inizio.
Paolo Carnelli
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