BRIAN ENO
Another day on Earth
Opal 2005
Durata: 46'49''



Ci vuole tempo per recensire questa nuova uscita del “divino” Brian Eno. Ed è un bene prenderselo. Un sano distacco, lasciare che i suoni e le voci si sedimentino, coltivare il silenzio fino a che il bisogno di risentire il tutto si faccia urgentemente discreto. In effetti si sono letto parecchie frasi fatte, di circostanza, e non sono nemmeno mancati i soliti stereotipi del tipo: “il non-musicista per eccellenza”, “colui che più di tutti ha influenzato il rock nell’ultimo trentennio”, “un disco di canzoni di Eno dopo tempi immemori”... Certo. Come no. Sono pure d’accordo… tuttavia a ben vedere si tratta di giudizi ambiguamente svalutativi, come a dire che, oramai, da un Mostrosacro come Eno non ci si può aspettare più di tanto, bisogna piuttosto guardare alla sua musica con la benevolenza verso chi, avendo dato tanto, non può essere messo in discussione. Il Mistero di Another Day on Earth (titolo assolutamente azzeccato) sta in quell’asciutto retro di copertina dove, il volto del Nostro appare in primo piano ma sfuocato rispetto al multicolore interno che la circonda. Eno si fa dolcemente da parte per lasciare parlare i suoni che cattura per un solo attimo, smussandoli e ovattandoli, per poi lasciarli librare alti nel Cielo Acustico.
Il Mistero di Another Day on Earth è anche quella arcana sintesi tra la calma interiore di Discreet Music, la liquida cantabilità di Before & After Science e gli spazi siderali intuiti nel recente Drawn for Life (con Peter Shwalm). Eppoi, anche il rassicurante profilo del fratellino “new age” Roger fa capolino in certe sequenze “spensierate” (How Many Worlds ad esempio…).
Undici canzoni che gettano Luce su Luce, ascolto dopo ascolto, Circolare Tripudio di Serenità….una sensazione che si era già vissuta qualche anno fa con Shleep dell’amico Robert Wyatt (di cui non a caso Eno fu collaboratore). Sottolineare i momenti migliori del disco? No. Lasciatevi cullare da quella delicata poesia che ne pervade ogni anfratto… unica perplessità la manipolazione elettronica della sua voce. Nelle interviste Brian scomoda teorie futuriste e filosofiche rispetto alla ricerca dell’oggettività esecutiva svincolata dalla personalità dell’artista… argomentazioni nient’affatto convincenti. Mi piacerebbe molto sentire And Then so Clear (gioiello tra i gioielli) cantato da Brian St. John La baptiste de La Salle Eno e non da un suo robotico replicante…

Vincenzo Giorgio

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