MUSICA PARTENOPEA MEDITERRANEA
Intervista con Pierluigi Calderoni e Rodolfo Maltese - Parte seconda: gli anni '70 e i nuovi progetti
a cura di Paolo Carnelli

Abbiamo incontrato Pierluigi Calderoni e Rodolfo Maltese qualche mese fa in occasione del concerto di presentazione del nuovo album dei Graal, Realm of Fantasy, con cui i due musicisti hanno diviso il palco reinterpretando alcuni classici dei Led Zeppelin e di Jimi Hendrix. In questa seconda parte l'attenzione si sposta su vecchi e nuovi progetti. Calderoni e Maltese saranno in concerto con gli Indaco alla Stazione Birra di Roma il 30 settembre.

[Wonderous Stories] Come è stato vissuto da voi come musicisti e in particolare come componenti del Banco del Mutuo Soccorso il passaggio dagli anni ‘70 agli anni ’80, che per molte formazioni storiche è risultato traumatico?

[Rodolfo Maltese] Anche noi l’abbiamo avvertito in modo molto forte… se Piero si ricorda, quel passaggio ci ha messo molto in crisi anche all’interno del gruppo. Io avevo pensato di smettere di suonare e anche lui. Però poi ci siamo detti: ok, se vogliamo “sopravvivere” cerchiamo di fare una cosa più facile ma che abbia comunque uno spessore. Poi non lo so se ci siamo riusciti o meno: ai posteri l’ardua sentenza.

[Pierluigi Calderoni]
Anche a livello musicale, oltre al fatto della mentalità delle persone, parlo per me almeno, ho avuto difficoltà: la famosa cassa in quattro era una cosa micidiale… io sono stato malissimo in quel periodo, se pensi che eravamo abituati a fare tutti tempi dispari…

[Rodolfo Maltese] … come del resto è peculiare del rock progressive.

[WS] C’erano anche dei problemi con una tecnologia che forse era diventata troppo invadente? Mi riferisco all’uso dei sequencer, della tecnologia midi…

[RM] Ma no, quello non tanto perché alcune soluzioni esistevano anche nel rock progressive storico. La tecnologia non è stata una cosa che ci ha dato fastidio, e poi comunque oltre alla cassa in quattro per fortuna c’erano episodi in cui potevamo giostrare sia la cassa in quattro che anche altre cose. Tant’è vero che in quel periodo c’è stato come collaboratore validissimo, perché era un bravissimo arrangiatore, Beppe Cantarelli. Perciò concluderei il discorso dicendo che in fin dei conti è andato tutto bene: una volta che abbiamo verificato che potevamo comunque fare le televisioni, potevamo fare le canzoni, dopo quattro/cinque anni, o non so quanto, abbiamo deciso di ritornare a fare la musica con cui siamo nati. E questo per me è molto importante.

[WS] Facendo un passo indietro agli anni ’70, ultimamente si parla molto dei Festival prog dell’epoca: sono stati realizzati degli speciali televisivi e si è sottolineata in particolare la componente aggregativa, il fatto di riuscire a mettere insieme nello stesso posto così tante persone. Che ricordo avete di quelle manifestazioni, sia per quanto riguarda il rapporto con il pubblico che con gli altri gruppi partecipanti?

[PC] Sai, all’epoca noi giovani avevamo molti meno mezzi e quelle poche cose che c’erano ci dovevano bastare. Quindi i Festival progressive o comunque sia i Festival musicali erano per noi il massimo della vita, vi gettavamo anima e corpo. Sto parlando, più che da musicista, da pubblico, da essere umano…

[RM] C’era una partecipazione più forte…

[PC] È vero, era molto più sentita la partecipazione.

[RM] Poi, se posso dire la mia, negli anni 70 i giovani erano veramente dei protagonisti. Era con loro che ci si misurava ogni volta che dovevamo fare un disco, era un vero e proprio confronto, una specie di esame con il pubblico, perché era un pubblico che ti seguiva, un pubblico preparato… certo, formato da studenti, però erano studenti che partecipavano sia socialmente che politicamente alla vita del paese e quindi questo dialogo interno acquistava maggiore spessore, c’era una partecipazione immensa.

[WS] In quel periodo il pubblico ascoltava tranquillamente pezzi di venti minuti con tanto di tempi dispari e soluzioni armoniche complesse…

[RM] È un fatto culturale, un fatto semplicemente culturale, ovviamente legato anche a scelte politiche e sociali. Poi a un certo punto hanno mandato avanti gli estremisti, i cosiddetti contestatori, mischiando il problema sociale con il problema musicale. Sapevano bene che i musicisti non potevano risolvere i problemi politici, però ci hanno provato, hanno rovinato questo movimento e alla fine il vinile è aumentato, la gente ha continuato a comprare i dischi e il mercato ci ha guadagnato.

[WS] Come avete vissuto l’epoca degli incidenti durante i concerti, delle cariche della Polizia fuori dai palazzetti?

[Rodolfo Maltese] È stato un momento molto triste e molto duro in cui veramente ci siamo messi in discussione come musicisti e ci siamo chiesti se fosse giusto quello che stavamo facendo. Era una cosa molto seria. Pensa che quando nel 1975 dopo aver avuto questa avventura in Inghilterra cantavamo dal vivo RIP in inglese, c’era gente che protestava perché avevamo cantato un pezzo in inglese…

[WS] In questi ultimi tempi ci sono state varie situazioni in cui si è cercato di mettere in contatto varie generazioni di musicisti, favorendo l’incontro tra gli artisti storici e i gruppi più giovani: penso ad esempio a Rodolfo che ha collaborato con i Fonderia in varie occasioni, e ovviamente a stasera in cui entrambi dividerete il palco con i Graal. Come vi fa sentire questo tipo di situazione?

[PC] Per me è una bella botta di adrenalina, perché i brani che farò stasera mi riportano indietro con gli anni… stiamo parlando dei Led Zeppelin, pezzi molto belli. Mi serviva questa cosa per rinverdirmi un pochettino, anche se poi ci sono anche altri progetti in corso, ad esempio uno su Tenco

[RM] Esatto, ho composto delle musiche per uno spettacolo dedicato a Luigi Tenco dove ci sono dei brani riarrangiati di Tenco e altri che abbiamo scritto di sana pianta, che sono suonati da Pierluigi, da Luca Barberini, da Paolo Sentinelli, insomma è un progetto diverso, in chiave jazzata, che speriamo di portare dal vivo anche a prescindere dallo spettacolo teatrale.

[WS] Se non sbaglio tutti e due insegnate musica. Anche questo è un bel modo di mantenersi in contatto con i giovani…

[RM] Sicuramente. Sia nel mio caso che in quello di Pierluigi questo fatto di “rinverdirsi” non riguarda soltanto l’esperienza live, ma anche il rapporto con gli allievi, che ci aiutano a informarci su quello che succede nel mercato, su quello che si suona e sulle nuove tendenze.

[PC] Il rapporto con i ragazzi è ottimo: cerchiamo di dargli consigli, di raccontargli le cose che abbiamo vissuto sulla nostra pelle… Ci sono molti elementi in gamba, molto validi, che vivono di musica e vengono a lezione non solo di uno strumento o di solfeggio, ma proprio di “modo di vita”. Per questo oltre al fatto di insegnargli a suonare cerchiamo di trasmettergli tutta la nostra esperienza, tutto quello che abbiamo passato, senza tenerci niente per noi, come fanno invece alcune persone. Insomma, cerchiamo di essere il più puliti possibili.



Pierluigi Calderoni con i Graal (foto Paolo Carnelli)


[WS] Rodolfo, nell’estate del 2004 avevo avuto modo di assistere a un tuo concerto nell’ambito del Festival Jazz di Villa Celimontana; il progetto che presentavi si chiamava Polaris Burning ed era molto interessante. Ha poi avuto un seguito?

[RM] Il progetto sta andando avanti, purtroppo senza Barbara Cola e questo mi dispiace molto perché vocalmente si era inserita molto bene. Stiamo testando altre cantanti e speriamo alla fine di trovare quella giusta. Indubbiamente non è facile, perché non è soltanto un fatto di bravura, di interpretazione e di voce, ma è anche legato a quanto tu sei vicino a Gershwin, che è un autore abbastanza difficile: non basta saper cantare Summertime, ma è necessario proprio entrare dentro a un certo tipo di mentalità. Comunque è un progetto particolare che non voglio accantonare: c’è un DJ che porta il ritmo e crea l’atmosfera su cui si vanno a mischiare le melodie e le armonie della chitarra e del pianoforte… insomma, può diventare accattivante.

[WS] Come state notando in questa intervista si parla molto di più del presente e del futuro che del passato… del resto immagino siano già state fatte tante interviste sul Banco cercando di andare a scovare qualche dettaglio nascosto o qualche particolare inedito….

[RM] Guarda, a me questo sta benissimo. In Italia c’è spesso da parte sia dei fan che anche di certi giornalisti la mania di rivedere il gruppo sempre nella stessa immagine, o legato sempre agli stessi pezzi… Dal vivo ad esempio ci chiedono sempre Il giardino del mago o L’albero del pane: sì, ok, l’abbiamo suonati per tanto tempo ma uno non può fare sempre il monumento a se stesso, altrimenti il progressive non ha più coerenza, lo stesso significato del termine viene meno.

[WS] Ci sono altri progetti di cui ci volete parlare?

[RM] C’è un trio che sto cercando di portare avanti con un vibrafonista e un bassista, che poi è Gabriele Lazzaretti, ex Elettrojoyce. Il vibrafonista invece è Andrea Biondi, che ha partecipato con me e con altri musicisti alla tournée di Luigi Cinque in Yemen e Pakistan. Spesso quando si va in giro insieme vengono in mente nuove idee e così abbiamo deciso di mettere su questo trio e di suonare i pezzi dei Beatles, gruppo che tutti e tre amiamo, trasformandoli con degli arrangiamenti jazzistici un po’fusion. La line up comprende appunto vibrafono, chitarra/tromba e basso. Poi c’è l’Orchestra, anzi forse questa è la cosa che si sa di meno: c’è un arrangiatore che si chiama Marco Micini che ha deciso di prendere i pezzi del Banco, riarrangiarli e portarli possibilmente a qualche festival jazz, cantati da Francesco, però con degli arrangiamenti completamente nuovi, jazzistici. È una cosa veramente molto molto interessante.

[PC] Io invece sono fiero di far parte di questo quartetto che si chiama Samadhi, con Massimo Alviti alla chitarra, Luca Barberini al basso e Alessandro Papotto ai fiati. Abbiamo fatto una serata un mese e mezzo fa al Bi Bop che è andato molto bene. C’è una bella energia in questo progetto, è il tipo di musica che ci vuole per me.

[RM] Io prendo la palla al balzo per allacciarmi al discorso di Piero perché con Massimo Alviti, che è un chitarrista e compositore molto valido, abbiamo un duo acustico con cui parteciperemo tra poco al festival acustico di Sarzana. Massimo ogni tanto mi invita in queste sue avventure e penso che presto lo farà anche con i Samadhi, perché Alessandro Papotto è impegnato per un lungo periodo a Taranto con la banda della Marina.

[WS] Che effetto vi fa il pensiero che ci sia ad esempio un pezzo degli Indaco in mp3 che si può scaricare da qualche sito senza che voi ne siate a conoscenza?

[PC] Io denuncio tutti quanti! (ride)

[RM] È vero che la musica in questo modo ha la possibilità di viaggiare e diffondersi più facilmente, però forse il live crea delle situazioni più accattivanti.

[PC] Poi anche dal punto di vista della qualità… la qualità di un pezzo ascoltato e scaricato tramite internet spesso è molto lontana da quella di un vero concerto, ti ritrovi ad avere dei suoni orribili, schiacciati...

[RM] Fermo restando che come canale di diffusione è ottimo, ci mancherebbe altro.

(grazie a Giulio Eusebi e Daniela Bellora)

Paolo Carnelli

Per maggiori informazioni: www.alfamusic.com/etichettaartisti_indaco.htm

Leggi la prima parte dell'intervista