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:: About Prog in Japan ::

Finalmente GO!
a cura di Marco Zanghieri

Il progetto Go fu messo in atto dal tastierista e percussionista giapponese Stomu Yamashta nel 1976 ed ebbe un'esistenza limitata a un paio d'anni, in cui furono prodotti tre dischi, ora riuniti in un doppio CD a cura della casa discografica Raven Records. Davvero impressionante, e qualificante, l'elenco dei nomi che hanno accompagnato Yamashta in questa stimolante avventura: Steve Winwood, Michael Shrieve, Al Di Meola, Klaus Schulze, solo per citare i più famosi. Tutti quanti hanno messo qualcosa in questo progetto, caratterizzando i vari pezzi col loro stile. E la proposta musicale difficilmente può essere catalogata: si va dalle atmosfere spaziali create dai sintetizzzatori di Yamashta e Schulze, a sezioni quasi jazzistiche caratterizzate dagli assolo di Di Meola, per arrivare a frammenti più pop e prog, grazie alla immortale voce di Winwood e alla fantasia ritmica di Shrieve.

Stomu Yamashta's GO - The Go Sessions
Raven Records 2005 - 145 minuti (2CD)

LINE UP

GO (1976)
Stomu Yamashta: string synthesizer, tympani, minimoog synthesizer, mini Korg synthesizer, percussions, instruments sonores des Freres Baschet. Steve Winwood: acoustic piano, vocal, electric piano, organ, guitar, string synthesizer. Michael Shrieve: drum kit. Klaus Schulze: synthesizers (large moog, ARP 2006, ARP Odyssey, EMS synthi A, Farfisa synthorchester). Rosko Gee: bass. Chris West: rhythm guitar. Pat Thrall: solo and rhythm guitar. Julian Marvin: rhythm guitar. Thunderthighs: backing vocals. Al Di Meola: solo guitar. Hisako Yamashta: violin, voice. Bernie Holland: guitar. Lennox Langton: congas. Brother James: congas. Paul Buckmaster: string arrangements for woodwind section oboe and piccolo; brass section 1 tuba, 2 trumpets, 2 french horns; string section 12 violins, 4 violas, 4 cellos.

GO LIVE FROM PARIS (1976)
Stomu Yamashta: percussion, piano, synthesizers. Steve Winwood: vocals, keyboards. Michael Shrieve: drum kit. Klaus Schulze: synthesizers. Al Di Meola: solo guitar. Jerome Rimson: bass. Pat Thrall: guitar. Brother James: congas. Karen Friedman: vocals.

GO TOO (1977)
Stomu Yamashta: percussion, Korg synthesizers, acoustic piano. Al Di Meola: solo guitar. Doni Harvey: guitar, vocals. Paul Jackson: bass. Brother James: latin percussion. Linda Lewis: lead vocals. Peter Robinson: keyboards, ARP synthesizers. Jess Roden: lead vocals. Klaus Schulze: moog synthesizers. Michael Shrieve: drum kit. Liza Strike, Doreen Chanter, Ruby James: backing vocals. The Martin Ford Orchestra.


La pubblicazione di cui stiamo parlando racchiude, come detto, i tre dischi pubblicati a nome Go fra il 1976 e il 1977. Il primo omonimo è caratterizzato da due lunghe suite, con i vari brani uniti fra loro senza soluzione di continuità. In particolare la prima suite (che rappresentava la prima facciata del formato LP) è paradigmatica e straordinaria, sia nell'inizio spaziale che nei brani cantati da Winwood. Leggermente inferiore, ma sempre su livelli stellari, la seconda facciata che verso la fine presenta anche echi vagamente floydiani (Time Is Here) e anche l'unico brano non composto da Yamashta (Winner/Loser, con parole e musica di Winwood). Dopo il disco in studio i Go pubblicarono Live from Paris che altro non è se non la riproposizione integrale del disco in studio, naturalmente con atmosfere ancora più dilatate e, tutto sommato, ancora più entusiasmanti. Dopo il live Winwood perse di interesse nel progetto e abbandonò. Gli altri rimasero e produssero, l'anno successivo, un disco intitolato Go Too. Si tratta di un disco di canzoni separate tra loro, di alterno valore. Senz'altro un disco più che decoroso ma senza gli slanci creativi dei precedenti. In sostanza il consiglio è di procurarsi al più presto questa ristampa anche se amate uno solo dei gruppi di cui facevano parte gli artisti qui impegnati. Un piccolo tesoro dimenticato degli anni Settanta, insomma, che rivede finalmente la luce.

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http://www.ravenrecords.com.au/


La girandola sonora dei Djamra
a cura di Vincenzo Giorgio

Di Djamra si era già parlato un paio d’anni addietro (cfr. WS 24) in occasione dell’uscita di Transplanation (Musea 2003), parole di elogio e di speranza riferite, soprattutto, al potenziale tecnico-creativo grazie al quale l’(allora) quartetto nipponico era in grado di produrre un suono nel contempo barbaro e ben congegnato. Tre anni dopo si può dire che le uniche novità da registrare siano l’estensione a quintetto, con l’ingresso del talentuoso Takehiko Fukuda alle tastiere e (purtroppo) una certa regressione musicale. Intendiamoci, la proposta musicale dei Djamra è in grado di solleticare i palati più fini, le orecchie più coraggiose e le aspettative più “colte”, grazie, soprattutto, ai variegati orizzonti che il combo nipponico è in grado di evocare. Qui, però, sta anche il suo limite più vistoso: una girandola vorticosa di stili e di riferimenti che, se all’inizio può affascinare, dopo un paio di tracce inizia a farsi prima prevedibile, poi scontata ed, infine, noiosa.

Djamra - Kamihitoe
Poseidon/Musea 2006 - 64'38''

LINE UP
Masaharu Nakakita: bass
Shinji Kitamura: saxophone
Akihiro Enomoto: drums
Takehiko Fukuda: keyboards
Akira Ishikawa: guitar

Si potrebbe stilare una lussureggiante lista di tutti gli stilemi citati: jazz, rock, noise, klezmer, shuffle, zeuhl, (persino) rock sinfonico, psichedelia, hardcore, metal, il tutto condito da quel sentire nervoso ed aggressivo, tipicamente nipponico. Insomma, c’è il gusto del collage un po’ fine a se stesso ed anche una sorta di onanismo virtuosistico del tipo “so suonare anche questo, non te lo aspettavi eh?”. Eppure Kamihitoe apre molto bene il lavoro (ascolta il sample audio), con quel suo jazz-rock così trascinante e corrosivo, ad alto tasso elettrico che, improvvisamente, si apre in una citazione klezmer; ma già da New Bound, introdotta da un drums & bass ad alta ebollizione, si inzia a scoprire il giochino delle “millecitazioni”, che con The Cave (probabilmente il brano che meglio sintetizza la propensione onnivora del combo) inizia a diventare assai prevedibile (per non dire stucchevole): la chitarra di Masaharu Nakakita, questa volta, sembra odorare di post-rock e, invece, prima ci introduce in un night newyorkese intriso di swing fumoso che, repentinamente, si trasforma in Third dei Soft Machine, e poi ci scaraventa in piena orgia metal senza disdegnare un assaggio di bossa nova introdotto da un pianoforte a’ la Cecil Taylor (ascolta il sample audio). Insomma per i Djamra urge riordinare le idee e trovare un’identità precisa. Come diceva Pirandello: uno, nessuno e centomila.

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Kamihitoe (2'21'' sample - mp3 stereo 128Kb) - download
The Cave (3'22'' sample - mp3 stereo 128Kb) - download

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http://www.djamra.com
http://www.poseidon.jp



Retrogusti jazz rock
a cura di Vincenzo Giorgio

Stomu Yamash’ta, poliedrico percussionista e compositore nipponico (probabilmente il primo giapponese a farsi un nome nell’ambito del prog) rilasciò un’intervista a Ciao 2001 nel cuore degli anni settanta dichiarando, tra l’altro, che preferiva di gran lunga un disco commerciale ben riuscito rispetto ad uno d’avanguardia mal fatto. Magari, ascoltando questa scoppiettante uscita dei giapponesi Side Steps, il buon Catalano (ricordate “Quelli della Notte?”) potrebbe dire: è molto meglio un disco derivativo che si fa ascoltare in modo piacevole e continuativo piuttosto che uno con pretese innovative, inascoltabile e noioso… È anche vero che, come direbbe Qohelet, “non c’è niente di nuovo sotto il sole” tuttavia questo quartetto nipponico ci regala cinquanta minuti scarsi di piacevolezza, leggero rock-jazz ottimamente confezionato che profonde occhieggiamenti in ogni suo anfratto: Pat Metheny, Brand X, gli stessi Return To Forever di Chick Corea; non solo, ma la critica di fare una musichetta tutto sommato superficiale, di scarso impatto creativo, che veleggia spesso e volentieri in superficie potrebbe essere del tutto legittima….Eppure c’è qualcosa in queste sette tracce che può lasciare, non dico un segno, ma almeno un gradevole “retrogusto”.

Side Steps - Verge of Reality
Poseidon/Musea 2005 - 48'05''

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Atsunobu Tamura: guitar
Hiroaki Itoh: keyboards
Koichi Iwai: bass
Ichiro Fukawa: drums

Prendete, ad esempio, l’inaugurale Roppongi Night, (ascolta il sample audio) con quel suo incipit tutto funky e bossa nova, con il Rhodes del tecnicissimo Hioaki Itoh che si trasforma in una profumata citazione degli Hatfield & The North grazie anche al serrato interplay tra il tastierista e l’altro punto forte della band: il chitarrista Atsonobu Tamura, qui perfetto clone di Phil Miller. Sarò sincero: sono ‘setteminutizeronove’ che, in questa piovosa domenica di metà settembre non smetterei mai di ascoltare… Eppoi c’è la frastagliata lievità di Edge Trigger che potrebbe pure rimandare al “Canterbury Champagne” della Forgas Band Phenomena. Se Beyond The Verge insiste un po’ troppo su di una cantabilità un poco leziosa, Because Of Silence veste gli abiti del crepuscolo sudamericano con Tamura che si avvicina parecchio alle timbriche del primo Carlos Santana, mentre Evergreen è una dolcissima ballata per soli piano e chitarra. Conclude l’album la trascinante Courage Of The Wind (ascolta il sample audio) che, in perfetto stile fusion ortodosso, congiunge energia a melodia.

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Roppongi Night (2'50'' sample - mp3 stereo 128Kb) - download
Courage Of The Wind (3'05'' sample - mp3 stereo 128Kb) - download

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http://www.pastelnet.or.jp/users/hiro/sidesteps/
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Suoni e colori
a cura di Paolo Carnelli

Quando le ombre di una sera estiva si allungano sull’orizzonte, e le rondini sembrano danzare contro il sole, le note prodotte dai nipponici Lu7 possono rivelarsi una colonna sonora impareggiabile. Nato nel 2001, Lu7 è un duo composto dal chitarrista Tsutomu Kurihara e dalla bella tastierista Luna Umegaki. Nel dicembre del 2002 Luna e Tsutomu pubblicano il loro primo album Efflorescence in formato elettronico, affidandone la distribuzione internazionale al portale mp3.com. A quattro anni di distanza, ecco la pubblicazione del disco d’esordio su cd, con tanto di bonus track. Più che un album jazz rock, Efflorescence è quasi un chill-out. Quello che colpisce al primo ascolto è la presenza massiccia di ritmiche elettroniche dalla sonorità e dalla struttura modernissima: layer e layer di batteria e percussioni, a volte quasi caratterizzate da una pulsazione jungle, estremamente frammentaria, su cui la chitarra holdsworthiana di Kurihara può distendere le sue melodie. A supportare la sei corde di Tsutomu, ecco puntuale l’altro componente di questo insolito duo: la deliziosa Luna Umegaki. Tastierista abilissima anche nella programmazione, Luna privilegia un pianismo lirico e fluido, che ha il pregio di donare maggiore sostanza a tappeti di tastiera quasi impalpabili, ma di grande respiro (ascolta il sample audio).

Lu7 - Efflorescence
Intermusic/Musea 2006 - 58'18''

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Luna Umegaki: keyboard, programming
Tsutomu Kurihara: guitars

Guests
Toshimi Nagai: fretless bass on track 5

Non c’è affanno nelle undici tracce che compongono Efflorescence, semmai qualche tentazione maggiormente sinfonica che fa capolino qua e là, come nella conclusiva Soft Nothings, o nel quarto brano, Nusa Dua, quando gli archi sintetici di Luna prendono brevemente il proscenio con una risolutezza quasi Emersoniana. E forse proprio volendo parafrasare quanto ideato tante volte in passato dal celebre trio inglese, ecco la riproposizione di un pezzo classico, ovvero la celebre Sonatina per pianoforte di Ravel (1905), in una versione che forse farà storcere il naso ai puristi, ma che si dimostra ben inserita e perfettamente coerente con le atmosfere dell’album (ascolta il sample audio). Certamente non tutto in Efflorescence può dirsi completamente riuscito: a volte durante l’ascolto può emergere la sensazione di trovarsi di fronte a una proposta musicale troppo plastificata e meccanica, ma del resto è proprio sul filo dell’equilibrio tra sintesi elettronica e umano sentire che Lu7 gioca le sue carte. In maniera, a mio avviso, più che dignitosa.

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12th Tree (2'48'' sample - mp3 stereo 128Kb) - download
Sonatine I - Modere (2'30'' sample - mp3 stereo 128Kb) - download

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http://lu7.biz
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L'anello mancante
a cura di Roberto Paravani

I 48 minuti stipati in questo dischetto di alluminio debbono essere descritti con un minimo di attenzione: i primi 32 minuti sono The empire of necromancers dei Ring, una formazione di Tokio vissuta tra il 1974 ed il 1976 e capitanata dal batterista e cantante Takashi Kokubo. I brani relativi a questo combo sono 5 e sono stati registrati dal vivo nel corso del 1975. Sono pezzi molto grezzi, con timbriche datate, con toni confusi, ingenui nel ricalcare certe sonorità tipicamente anni 60. Ma fascinosi. E anche seducenti. Ci troviamo vicini a certe cose che suonavano i Pink Floyd prima di rimanere inebetiti dal contemplare il lato oscuro della luna (ascolta il sample audio). E poi, perché no, siamo prossimi anche ai vecchi e ormai dimenticati Iron Butterfly. Quindi stiamo parlando di musica psichedelica, allucinata e po’ ruspante, quasi sempre accattivante. E certe progressioni strumentali riportano alla mente addirittura la Mahavishnu Orchestra del sommo John McLaughlin. Purtroppo non tutto impressiona piacevolmente; le parti vocali, ancorché decisamente brevi, “colpiscono” per banalità e meccanicità e la timbrica del cantante riesce a peggiorare ulteriormente le cose. Meglio, molto meglio, quando il flusso delle note rallenta, quasi a spegnersi per poi deflagrare con energia inaspettata.

Ring - The Empire of Necromancers
Poseidon/Musea 2006 - 48'09''

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Takashi Kokubo: drums/vocals
Masato Kondo: guitars
Hiroshi Hamada: bass
Yukitoshi Morishige: synthesizers/keyboards

Tracks 6/7
Takashi Kokubo: synthesizers/programming
Kayo Matsumoto: synthesizers
Haruhiko Tsuda: guitar

Poi, come da premessa, ci sono altri 16 sorprendenti minuti di musica registrata in studio tra il 1977 ed il 1978 (ma le parti batteria sono state aggiunte nel 2006!) a nome Kokubo Synthesizer Works; qui il nostro Takashi Kokubo passa dai tamburi alle tastiere e mette da parte ogni velleità da cantante. E il flusso sonoro che prima era lisergico diventa elettronico. Migliora la qualità della produzione e diminuisce la derivatività dell’ispirazione, anche se molti non faticheranno a trovare affinità con certe cose prodotte dai Tangerine Dream. I pezzi sono solo 2 ma questa è la parte migliore dell’opera. E una citazione particolare va fatta per la conclusiva In memory of charmades the pan (ascolta il sample audio): 11 minuti di progressive elettronico, bizzoso e originale dominato dai sintetizzatori, quasi che Emerson e Moraz si fossero seduti uno di fronte all'altro mettendo i loro stili a confronto. Un album quindi raccogliticcio, forse incompiuto, sicuramente frammentario, che però ha l’incredibile qualità di catturare l’attenzione dell’ascoltatore e contemporaneamente alienarne la mente.

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Prologue (3'10'' sample - mp3 stereo 128Kb) - download
In memory of charmades the pan (3'15'' sample - mp3 stereo 128Kb) - download

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Il gusto della vita
a cura di Paolo Carnelli

Quello di Kazumi Watanabe è un nome che non dovrebbe suonare nuovo ai seguaci del jazz prog, non solo di marca giapponese. Nato a Tokyo nel 1953, Watanabe si è messo in luce giovanissimo con alcuni album solisti, prima di formare nel 1979, insieme a musicisti del calibro di Ryuichi Sakamoto, Akiko Yano e Shuichi Muratami il leggendario supergruppo Klyn. Ma è negli anni ottanta che la stella del chitarrista giapponese vive il suo momento di massimo splendore, grazie alla collaborazione con alcuni esponenti di spicco del jazz prog internazionale: è infatti del 1987 il primo capitolo del fortunato progetto The Spice of Life, in cui Watanabe è affiancato da Bill Bruford (batteria), Jeff Berlin (basso) e Peter John Vettese (tastiere). La formula riscuote un grande successo, e al primo episodio omonimo fanno seguito un secondo capitolo – The Spice of Life 2 – e un live recentemente ristampato in DVD.

The Spice of Life 2 è un lavoro curato e gradevole, anche se non particolarmente originale. Registrato tra il febbraio e il marzo del 1988 in Inghilterra, l’album presenta come principali marchi di fabbrica il guitar playing marcatamente fusion di Watanabe e il drumming sintetico di Bruford, sviluppato completamente sui pad della celebre Simmons SDX. Notevole anche l’apporto al basso fretless di Berlin, mentre a parte l’opener Andre e Kaimon, dove trova spazio un bel solo di piano elettrico, le tastiere di Vettese rimangono leggermente in secondo piano. A livello di credits, delle otto tracce due sono a firma Watanabe/Berlin e due a firma del solo Bruford. Queste ultime – Small Wonder e Men and Angels – sono quelle in cui è maggiormente curata la parte melodica, mentre l’input di Berlin si traduce piuttosto in atmosfere dal taglio funkeggiante. La già citata Kaimon è forse il pezzo complessivamente più convincente, quello in cui la personalità dei vari musicisti sembra trovare il modo di esprimersi in maniera più omogenea: la forma melodica spezzata della frase principale (ascolta il sample audio) può ricordare qualcosa degli Earthworks, se non addirittura del primo omonimo ABWH, con il drumming di Bruford a fare necessariamente da filo conduttore tra i vari progetti.

Kazumi Watanabe - The Spice of Life 2
Domo/Polydor 1988 - 42'09''

LINE UP
Kazumi Watanabe: guitars
Bill Bruford: Simmons SDX Electronic Drums
Jeff Berlin: bass
Peter Vettese: keyboards

Dopo aver legato il suo nome alla sagoma inconfondibile della chitarra elettrica Steinberg, negli ultimi anni Watanabe si è reso protagonista di un ritorno alla dimensione acustica, inserita spesso in un contesto sinfonico. Attualmente su You Tube è possibile rivedere gratuitamente alcune performance live di Watanabe, in cui il chitarrista giapponese ripropone due brani dei King Crimson21st Century Schizoid Man e Epitaph – riarrangiati per chitarra acustica e orchestra: www.youtube.com/watch?v=XSMHBNSPGDY

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Andre (2'38'' sample - mp3 stereo 128Kb) - download
Kaimon (2'40'' sample - mp3 stereo 128Kb) - download

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http://www.hilltop.co.jp/kazumi/E/index.html


Il ritorno acustico degli Asturias
a cura di Paolo Carnelli

Gli Asturias nascono nel 1987 dalla mente di Yoh Ohyama, polistrumentista cresciuto con il mito di Mike Oldfield. Dopo aver lavorato a lungo come tecnico in uno studio di registrazione, Yoh riesce a pubblicare tre album tra il 1988 e il 1993 per una grossa etichetta giapponese, la King Records. L’insuccesso commerciale dei tre lavori costringe Ohyama a mettere in stand by il progetto, che viene però riproposto a sorpresa dieci anni dopo, ovvero nel 1993, in una veste completamente nuova. Acoustic Asturias è infatti un quartetto composto da musicisti provenienti da un ambito classico, contrariamente a quello rock degli esordi.

Bird Eyes View, registrato nel 2003 e pubblicato nel 2004, è il prodotto di questo rinnovato sodalizio artistico. Nonostante sia lungo solo venticinque minuti, il mini album rappresenta indubbiamente un lavoro di notevole interesse, innanzitutto per la coerenza e la maturità che lo contraddistingue. Contrariamente ad altre celebri ensemble acustiche nipponiche, come ad esempio i celebratissimi Quikion, gli Asturias preferiscono non sconfinare mai nel territorio etnico, ma scelgono di muoversi con indubbia perizia strumentale in un ambito strettamente classico e cameristico. Il collegamento con il prog, oltre che dal frequente uso di contrappunti e intrecci strumentali, è dato principalmente dal pianismo wakemaniano di Yoshihiro Kawagoe, liquido e melodico, come testimonia la vivace apertura di Distance o gli intarsi della conclusiva Ryu-Hyo, e dal violino ispirato dell’affascinante Misa Kitatsuji. Contornato da strumentisti di indubbio valore, Ohyama si limita a un ruolo di contorno, accompagnando con la chitarra classica le evoluzioni sempre molto ben calibrate di violino e clarinetto. L’equilibrio e la compattezza che il quartetto riesce a mantenere per l’intero lavoro testimoniano comunque le grandi capacità compositive e di arrangiatore di Ohyama, e rendono il progetto una piccola gemma, vicino in certi momenti agli Echolyn di And every blossom o alle Orme di Florian. Della bellezza di Bird Eyes View devono essersene accorti in molti, visto che l'album è stato a lungo in testa nelle vendite del principale sito di cd progressive giapponese, Music Term, e che il gruppo dopo aver suonato nel 2005 al Baja Prog messicano è ora atteso da vari concerti in Europa. Per noi italiani, c’è la possibilità di ascoltare gli Acoustic Asturias dal vivo all’Heron Prog Fest di Novara il 2 giugno prossimo. Un appuntamento da non perdere.

Asturias - Bird Eyes View
Poseidon/Musea 2004 - 24'53''

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Yoshihiro Kawagoe: grand piano
Misa Kitatsuji: violin
Kaori Tsutsui: clarinet and recorder
Yoh Ohyama: nylon string guitar and glockenspiel

Kanako Ito: voice



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http://www.asturias.best.cd
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Leggi l'Intervista agli Asturias a cura di Daniele Cutali (Movimenti Prog)

Asturias in Italia!
a cura di Paolo Carnelli

La prog band giapponese Asturias, rinomata per il taglio acustico delle sue composizioni (a proposito del debut album Birds Eye View pubblicato su etichetta Poseidon si è infatti da più parti parlato di "acoustic modern music") sarà eccezionalmente in Italia per due concerti tra la fine di maggio e l'inizio di giugno:

28 maggio - Roma, TUMBLER
Via Degli Equi, 22 (San Lorenzo)
http://www.actumbler.com/
Tel. 338 24 31 856 - 339 40 98 763
Ingresso libero - Ore 22.30

2 giugno - Novara, Giovani Espressioni HERON PROG FESTIVAL vol.1
Arti e Mestieri
Asturias
Il Castello di Atlante
Calliope
Inizio ore 17 - INGRESSO LIBERO
www.giovaniespressioni.it - info@giovaniespressioni.it

*Asturias lineup:
Yoh OHYAMA (gut guitar)
Yoshihiro KAWAGOE (piano)
Kaori TSUTSUI (clarinet & recorder)
Miki FUJIMOTO (violin)

*Info:
http://www.tripmusic.net/asturias/
Sound sample http://www.tripmusic.net/asturias/listen_bird.php3

Pop & Mellotron: la scommessa dei Walrus
a cura di Paolo Carnelli

Il primo mini album dei Walrus, In the Room of a Singular Point, è un lavoro abbastanza atipico. Il quartetto giapponese, di fatto un power trio capitanato dal teatrale vocalist Shiiba, sembra infatti cercare di mescolare la semplicità di un rock melodico cantato in lingua madre, con le aperture e le atmosfere tipiche dei Genesis del periodo Gabriel. La scelta, ribadita anche dall’immagine contenuta nel booklet, dove Shiiba è ritratto sul palco mentre indossa la classica maschera da fiore di gabrielliana memoria, è senz’altro impegnativa, e costringe il gruppo a muoversi sul filo di un equilibrio estremamente difficile da gestire.

In questo senso l’iniziale A moss green screen rappresenta forse il momento in cui il progetto prog pop dei Walrus raggiunge il suo più pieno compimento (ascolta il sample audio): si parte con un intreccio di chitarre acustiche e 12 corde vicino ai classici del gruppo di Banks e soci, fino all’emergere graduale del Mellotron che sostiene vocalizzi quasi Crimsoniani. L’apertura che squarcia il brano alla sua esatta metà colpisce per la perizia con cui la chitarra elettrica riesce a riprendere sonorità marcatamente Hackettiane, legandole alla perfezione con il pieno del Mellotron. L’effetto cupo e drammatico rappresenta la logica evoluzione della malinconica melodia vocale iniziale, consentendo al brano di attestarsi su livelli qualitativi molto buoni, anche in termini di originalità globale. Purtroppo nel resto dell’album la band non sa mantenersi su questi standard. Già la successiva Freedel & Cartel-leath propone un semplice e serrato pop rock dai toni freschi ma tutto sommato ingenui, mentre nei pezzi successivi l’elemento prog rimane solo di contorno, ridotto a qualche accordo di Mellotron e a qualche arpeggio di chitarra su un impianto rock. Solo la lunga Deceiver (ascolta il sample audio) riesce in una breve sezione a riprendere con successo quei tratti epici che avevano caratterizzato l’inizio dell’album, mentre la delicatezza di Interview si fa comunque apprezzare per il suo taglio bucolico, su un tempo quasi bossanova, impreziosito da un intermezzo di flauto. Dal sito ufficiale apprendiamo che i Walrus sono ormai sciolti, ma avremo ugualmente modo di riparlare del gruppo quando prenderemo in esame il secondo e ultimo album Colloidal pubblicato nel 2005.

Walrus - In the Room of a Singular Point
Adda 2004 - 31'14''

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Shiiba: vocals, flute
Hideki: guitar, mellotron, chorus
Goro: bass, chorus
Okabe: drums, chorus


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A moss green screen (2'52'' sample - mp3 stereo 96Kb) - download
Deceiver (2'37'' sample - mp3 stereo 96Kb) - download

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http://mirra.fc2web.com

Il violino infuocato
a cura di Paolo Carnelli

Chi ha qualche dimestichezza con il prog rock giapponese sa già quanti gruppi nipponici abbiano tentato, con sorprendente passione e dedizione, di ricreare la magica alchimia che ha caratterizzato il primo omonimo album del supergruppo UK nel lontano 1977. Il violino infuocato di Eddie Jobson, il basso potente di John Wetton, la ritmica fantasiosa di Bill Bruford e la chitarra ipertecnica di Allan Holdsworth produssero infatti uno dei capolavori del genere, mirabilmente in bilico tra prog e jazz rock. Ascoltando Discontinous Spiral, prima traccia di questo Four corner’s sky del quartetto nipponico KBB, sembra di essere tornati indietro nel tempo: come allora, un violino si insinua con sublime maestria tra complesse partiture dal sapore jazzato a base di Fender Rhodes e controtempi ritmici, fino a lasciare il campo al synth, che con quel suono e quel fraseggio ci riporta direttamente a brani come Carrying no cross o Rendez vous 6:02 (ascolta il sample audio).

Ma etichettare i KBB come meri cloni degli UK sarebbe ingiusto, oltreché riduttivo. La freschezza jazzata delle composizioni e la forte propensione melodica dell’archetto del talentuoso Akihisa Tsuboy richiamano infatti alla mente, già nel brano d’apertura, anche certe cadenze tipicamente “popolari” della PFM, oltre alle sonorità di gruppi come Curved Air e Mahavisnu Orchestra. Un ulteriore cambio di rotta avviene nei brani in cui il bassista Dani si cimenta anche alla chitarra, traghettando il gruppo verso le atmosfere più cupe e nervose dei King Crimson dell’era Cross. Kraken’s Brain is Blasting offre infatti nove minuti di tour de force elettrico, introdotti da un violento inizio percussivo dal sapore tribale (ascolta il sample audio): il volano del brano è rappresentato dall’alternanza tra tirate distorte e pause meditative, all’interno delle quali non manca però di correre sottotraccia qualche riff inquieto, grazie al pizzicato del violino o alle note del piano. Se tracce come Horobi no Kawa, Backside Edge e Slave Nature (tra Mahavisnu e Weather Report) vedono il quartetto veleggiare con grande sicurezza ed energia in ambito classicamente jazz rock, I am not here rivela invece un’interessante capacità di esplorare territori di confine quasi espressionisti e improvvisativi, segnati dal pianoforte ispirato di Toshimitsu Takahashi e dal violoncello di Tsuboy. Four corner’s sky è un album vario e gradevole, che gode di una registrazione impeccabile e di una scrittura ispirata, dove la melodia non si trova mai a soccombere in nome della tecnica fine a se stessa.

KBB - Four Corner's Sky
Poseidon Records/Musea 2003 - 56'39''

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Akihisa Tsuboy: violins, celloin, guitars
Toshimitsu Takahashi: keyboards
Dani: bass, guitars
Shirou Sugano: drums


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Discontinous Spiral (3'02'' sample - mp3 stereo 96Kb) - download
Kraken’s Brain is Blasting (3'04'' sample - mp3 stereo 96Kb) - download

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http://tsuboy.internet.ne.jp/kbb/index-e.html
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Il trio delle meraviglie
a cura di Paolo Carnelli

The Waves è uno degli album prog giapponesi più interessanti degli ultimi anni. Misterioso, malinconico, cerebrale, ma al tempo stesso sensibile al nesso melodico e poco incline al semplice caos improvvisativo, come spiegano gli stessi componenti del gruppo: «All’inizio la nostra produzione era incentrata esclusivamente sull’improvvisazione. Successivamente ci siamo spostati verso la composizione vera e propria, ispirata dalla musica minimale». E infatti i Flat 122 sul loro sito si definiscono “hard minimal bassless unit”, un’unita minimale consistente, anche se priva del basso. Perché la grande peculiarità di questo trio nato nel 2002 è di essere in realtà un trio atipico: tastiere, chitarra e batteria. Niente voce (a parte qualche intermezzo a cura di Akane Kobinata) e soprattutto niente basso. Ed è proprio l’assenza del basso a donare alla musica dei Flat 122 quella deliziosa asimmetria e ariosità che la caratterizza, spostando al contempo il contesto d’azione su un terreno concertistico e classicheggiante, dominato dal pianoforte ispirato di Takao Kawasaki. Volendo trovare dei termini di paragone, viene alla mente il gusto contemporaneo dei Birdsongs of Mesozoic, colorato dagli stessi elementi tribali e dalla stessa forte componente percussiva, oppure lo stream of consciousness degli Underground Railroad, ma meno caotico e più meditato.

L’inizio dell’album è folgorante, grazie alle atmosfere sospese della title track, introdotta dalla stessa inquieta malinconia che ha colorato pagine importanti del rock progressivo come Felona e Sorona delle Orme o YS del Balletto di Bronzo (ascolta il sample audio). Pur muovendosi prevalentemente sui tasti d’avorio del pianoforte, Kawasaki non trascura la ricerca timbrica, dando spazio anche a sonorità customizzate e ad alcuni campionamenti di grande interesse. Sorprende anche l’uso abbondante di spinetta e harpsicord, che rendono più acidi e perversi molti passaggi. La musica scorre in maniera fluida nonostante i frequenti cambiamenti di sonorità e atmosfera: nelle note c’è poca indulgenza fusion e tanta musica classica e contemporanea; non a caso tra gli ascolti del gruppo figurano i nomi di Olivier Messiaen, Gyorgy Ligeti, Bela Bartok, Erik Satie, Claude Debussy, Maurice Ravel, Philip Glass, Dmitri Shostakovich, Igor Stravinsky, Maurice Ravel, Ludwig van Beethoven, Gabriel Faure, oltre ai più canonici ELP, King Crimson e Pink Floyd.

FLAT 122 - The Waves
Poseidon Records/Musea 2005 - 63'23''

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Satoshi Hirata: electric guitar
Katsu Sato: drums, percussion
Takao Kawasaki : piano, synthesizer, sampling machine

Akane Kobinata: vocals on tracks 1-5-10


Neo Classic Dance risulta un pizzico più accessibile del brano di apertura, grazie a un riff di chitarra saltellante quasi Gerwshiniano e alle positive aperture melodiche (ascolta il sample audio). Dopo la più meditativa e canonica - ma comunque gradevole - Satie #1, e il delicato incedere ternario di The Summer, la sezione centrale dell’album lascia maggiormente spazio alla tecnica strumentale dei musicisti: da segnalare infatti i soli di batteria di Kiyotaka Tanabe in PANORAMA e Dizziness, e in generale una tensione solistica e contrappuntistica di stampo ELPiano. L’album si chiude in crescendo con l’incantevole The Winter Song, duetto tra il pianoforte di Kawasaki e la chitarra di Hirata dai toni struggenti e crepuscolari, e con la lunga Spiral, brano meno riuscito della title track ma comunque intrigante. Anche in questo caso la musica dei Flat 122 riesce sempre a trovare il tempo di prendersi delle pause prima di rituffarsi in passaggi più intricati: un’alternanza di vuoti e pieni che rimanda ancora una volta l'ascoltatore a contesti classici e di musica contemporanea. Un album veramente consigliato.

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The Waves (2'54'' sample - mp3 stereo 96Kb) - download
Neo Classic Dance (2'45'' sample - mp3 stereo 96Kb) - download

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http://music.geocities.jp/thewaves2005/eng.html
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Fusion sinfonica? Sì, grazie!
a cura di Paolo Carnelli

Da sempre esiste una contraddizione interna che attanaglia il movimento rock progressivo giapponese, ed è quella che vede contrapposte la pregevolezza e la validità delle partiture strumentali alla banalità e alla fragilità di quelle cantate. Si sottrae in parte a questa dicotomia l’omonimo album degli Interpose+, quintetto dalla line up classica (chitarra, basso, batteria, voce, tastiere) arricchito dalla presenza del virtuoso Akihisa Tsuboy al violino in un brano.

Aircon apre il cd con piglio fusion, permettendo al valido chitarrista Kenji Tanaka di squadernare subito il suo caratteristico stile in bilico tra Allan Holdsworth e Steve Howe. Bisogna attendere la metà del brano, lungo circa undici minuti, prima che faccia la sua comparsa il cantato, rigorosamente in lingua giapponese, ad opera della bella Sayuri Aruga. Si tratta di una vocalità che trae linfa da ispirazioni nordiche, cosa ancor più evidente nella successiva Dayflower, in cui la parte cantata sembra uscita direttamente da un album degli Anekdoten. Questo brano, diviso nettamente in due parti, ci regala a partire dal minuto 5’33’’ il primo momento realmente degno di nota dell’album (ascolta il sample audio), grazie a un decollo strumentale che consente alla band di lanciarsi in un’emergenza di stampo marcatamente yessiano: la polifonia dei synth e i cambi di tonalità in sequenza non possono non richiamare alla mente un brano simbolo come Awaken, non a caso citato anche in uno dei tanti intrecci di tastiere presenti nella parte finale del pezzo. Con Zitensya la penna passa nelle mani di Kyuji Yonekura: il tastierista produce una base di piano in 7/4 molto in stile Moraz/Bruford, su cui danza una chitarra inquieta di ispirazione holdsworthiana. Il giro alla lunga si rivela un po’statico, ma fortunatamente al minuto 5’56’’ (ascolta il sample audio) ecco puntuale l'attesa cesura: un arpeggio di pianoforte estremamente intricato si insinua tra una chitarra funky e un basso avvolgente, prima del ritorno infuocato della chitarra.

INTERPOSE + - Same
Poseidon Records/Musea 2005 - 45'67''

LINE UP
Kenji Tanaka: guitars
Katsu Sato: drums, percussion
Toshiyuki Koike: bass guitar
Kyuji Yonekura: keyboards
Sayuri Aruga: vocal

Akihisa Tsuboy: violin
Dani: programming


Il successivo Koibumi, introdotto dal flauto, ci conduce in un clima più bucolico e meditativo, prima di prendere vita grazie al fraseggio di Tanaka, stavolta fatto di note ribattute e improvvise aperture in pieno stile Howe. Il cuore del pezzo è nel lungo assolo di chitarra finale, mentre più di maniera appare stavolta il cantato di Aruga. La conclusiva Last sign propone un approdo ad atmosfere jazzate dalle tinte pastello, anche se non mancano le consuete variazioni, guidate in questo caso dal synth di Yonekura: tra richiami a UK e Pink Floyd e accelerazioni rock, l’album si chiude in scioltezza, trasmettendo una sensazione di positiva ed elegante compiutezza.

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Dayflower part2 (2'32'' sample - mp3 stereo 96Kb) - download
Zitensya (2'31'' sample - mp3 stereo 96Kb) - download

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C'erano una volta gli Earthworks...
a cura di Paolo Carnelli

Sono mesi che mi gingillo con questo piccolo gioiello che è Taneshina dei Minoke? Cinque tracce, venticinque minuti appena, ma sufficienti per titillare il palato degli ascoltatori orfani dei vecchi Earthworks, quelli di Dig! per intenderci. Cool jazz condito dai pattern obbligati delle percussioni elettroniche di Takahashi Katsunori, su cui si muovono con stile il sax di Kayama Kosei e il piano di Sekido Kunihiko.

L’inizio di Til_na_nOg è fulminante (ascolta il sample audio): una frase di accordion e poi un’apertura di sax di grande respiro, quasi danzante, Jacksoniana. Ma sono i sette minuti di Turkish David (ascolta il sample audio) a regalarci la perla del disco: la batteria si avvale dei campionamenti tipici della Simmons di Bill Bruford, disegnando un pattern sinuoso, appena solcato da un sax sporco e scivoloso, prontamente seguito dal chapman stick di Kawaguchi Yasushi. Si prosegue con il piano in evidenza, tra tempi dispari e deliziosi innesti di ritmiche sudamericane. Tecnica e inventiva. Davvero un bel sentire. Il resto del cd scorre un filo più ordinario, ma c’è ancora tempo per gli improvvisi strappi di sax, questi veramente Jacksoniani, di Atarimae, o per la graziosa ciclicità di Tri-Band-Boom, preludio alle solite aperture fiatistiche di Kosei. La chiusura di Nagoya no Itoko, ci consegna addirittura il brivido sornione di un mezzo blues – avete presente la parte conclusiva di Shine on you crazy diamond? – in cui il sax si muove con la consueta padronanza e agilità: il fraseggio anche in questo caso è pieno di vitale e contagiosa baldanza, vero e proprio marchio di fabbrica del sound del gruppo.

MINOKE? - Taneshina
Vital Records/Poseidon 2003 - 28'05''

LINE UP
Kawaguchi Yasushi:
5 strings fretless bass + chapman stick
Takahashi Katsunori:
drums + acoustic, electronic percussion
Kaiama Kosei: tenor+soprano saxophone
Sekido Kunihiko: keyboards


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Til_na_nOg (2'21'' sample - mp3 stereo 96Kb) - download
Turkish David (2'22'' sample - mp3 stereo 96Kb) - download

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http://www.d1.dion.ne.jp/~kosec/

Noccioline e Canterbury
a cura di Vincenzo Giorgio

Dopo l’ottimo esordio di due anni fa con l’omonimo lavoro uscito per l’Alibaba Records, il quartetto sinergetico approda alla statunitense Cuneiform per quella che speriamo costituisca la sua definitiva consacrazione a livello mondiale. Il disco si attesta su livelli più che buoni confermando le doti eclettiche della band che ben sa muoversi tra rock-jazz, psichedelia post-canterburyana (il riferimento è soprattutto ai secondo album dei Soft Machine) e sonorità ruvidamente nipponiche.

M-B è la traccia che apre alla grande il lavoro (ascolta il sample audio), disegnando una linea rossa che allaccia il cammino delle Noccioline Sinergetiche con il percorso precedente, mentre il paesaggio che si apre con la seconda Monaco è davvero assai promettente (se non abbagliante) con i suoi ammiccamenti a sonorità molto avan-garde e pseudo-post-rock. Una sintesi davvero suggestiva con l’unico limite di durare solo dueminutieventottosecondi (ma questo conferisce al pezzo ulteriore fascino…). Trout è davvero un trionfo spumeggiante con il soprano di Mahi-mahi a guidare la danza in modo poderosamente delicato, mentre le tastiere di Iwata Noriya giocano a disegnare scenari sincopati e “slabbrati”. Neutral è introdotta da un arpeggio tipicamente minimalista (il Ratledge di Chloe and the Pirates si insinua occhieggiante) che, purtroppo, va ad impantanarsi in una sorta di fusion (certamente raffinata e colta) ma un poco banale per i livelli abituali dei Nostri. Stessa cosa si può dire per Stum, dal riff trascinante ma troppo scontato e “beneducato”. Molto seducente il sensuale spiraleggiare di Oz (ascolta il sample audio), mentre Solid Box con la sua sottile abrasività rimanda all’aspetto più bordeline (e per me più attraente) dei M&SN, con un organo che manda segnali post-canterburyani lanciato verso amplessi semi-bandistici; atmosfera tesa ed inquieta che permane anche nella vorticosa Texas, mentre è la felpata Normal a chiudere in modo convincente il percorso di questo secondo capitolo della band nipponica. La sponda machiniana di Canterbury è definitivamente assimilata e fatta fiorire in un contesto acutamente post-jazz-rock (Tortoise e Chicago Underground si intravedono, seppure timidi, all’orizzonte): mi auguro che sia un nuovo mare da navigare.

MACHINE AND THE SYNERGETICS NUTS
Leap Second Neutral

Cuneiform 2005 - 54'19''

LINE UP
Masahide "mahi-mahi" Hasegawa: sax
Toshiaki Sudoh: drums
Hiroyuki Suzuki: bass
Noriya Iwata: keyboards

Matsue Jun: guitar
Takahashi Yuko: percussion



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M-B (2'39'' - mp3 stereo 96Kb) - download
Oz (3'00'' - mp3 stereo 96Kb) - download

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http://www.alibabarecords.com/msnet/index.html
www.cuneiformrecords.com

 





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