Finalmente
GO!
a cura di Marco Zanghieri
Il
progetto Go fu messo in atto dal tastierista e percussionista
giapponese Stomu Yamashta nel 1976 ed ebbe un'esistenza
limitata a un paio d'anni, in cui furono prodotti tre dischi,
ora riuniti in un doppio CD a cura della casa discografica Raven
Records. Davvero impressionante, e qualificante, l'elenco
dei nomi che hanno accompagnato Yamashta in questa stimolante
avventura: Steve Winwood, Michael Shrieve,
Al Di Meola, Klaus Schulze,
solo per citare i più famosi. Tutti quanti hanno messo
qualcosa in questo progetto, caratterizzando i vari pezzi col
loro stile. E la proposta musicale difficilmente può essere
catalogata: si va dalle atmosfere spaziali create dai sintetizzzatori
di Yamashta e Schulze, a sezioni quasi jazzistiche caratterizzate
dagli assolo di Di Meola, per arrivare a frammenti più
pop e prog, grazie alla immortale voce di Winwood e alla fantasia
ritmica di Shrieve.
Stomu
Yamashta's GO - The Go Sessions
Raven Records 2005 - 145 minuti (2CD)
LINE UP
GO (1976)
Stomu Yamashta: string synthesizer, tympani, minimoog synthesizer,
mini Korg synthesizer, percussions, instruments sonores des
Freres Baschet. Steve Winwood: acoustic piano, vocal, electric
piano, organ, guitar, string synthesizer. Michael Shrieve:
drum kit. Klaus Schulze: synthesizers (large moog, ARP 2006,
ARP Odyssey, EMS synthi A, Farfisa synthorchester). Rosko
Gee: bass. Chris West: rhythm guitar. Pat Thrall: solo and
rhythm guitar. Julian Marvin: rhythm guitar. Thunderthighs:
backing vocals. Al Di Meola: solo guitar. Hisako Yamashta:
violin, voice. Bernie Holland: guitar. Lennox Langton: congas.
Brother James: congas. Paul Buckmaster: string arrangements
for woodwind section oboe and piccolo; brass section 1 tuba,
2 trumpets, 2 french horns; string section 12 violins, 4 violas,
4 cellos.
GO LIVE FROM PARIS (1976)
Stomu Yamashta: percussion, piano, synthesizers. Steve Winwood:
vocals, keyboards. Michael Shrieve: drum kit. Klaus Schulze:
synthesizers. Al Di Meola: solo guitar. Jerome Rimson: bass.
Pat Thrall: guitar. Brother James: congas. Karen Friedman:
vocals.
GO TOO (1977)
Stomu Yamashta: percussion, Korg synthesizers, acoustic
piano. Al Di Meola: solo guitar. Doni Harvey: guitar, vocals.
Paul Jackson: bass. Brother James: latin percussion. Linda
Lewis: lead vocals. Peter Robinson: keyboards, ARP synthesizers.
Jess Roden: lead vocals. Klaus Schulze: moog synthesizers.
Michael Shrieve: drum kit. Liza Strike, Doreen Chanter,
Ruby James: backing vocals. The Martin Ford Orchestra.
|
La pubblicazione di cui stiamo parlando
racchiude, come detto, i tre dischi pubblicati a nome Go
fra il 1976 e il 1977. Il primo omonimo è caratterizzato
da due lunghe suite, con i vari brani uniti fra loro senza soluzione
di continuità. In particolare la prima suite (che rappresentava
la prima facciata del formato LP) è paradigmatica e straordinaria,
sia nell'inizio spaziale che nei brani cantati da Winwood.
Leggermente inferiore, ma sempre su livelli stellari, la seconda
facciata che verso la fine presenta anche echi vagamente floydiani
(Time Is Here) e anche l'unico brano non
composto da Yamashta (Winner/Loser, con parole e musica di Winwood).
Dopo il disco in studio i Go pubblicarono Live from
Paris che altro non è se non la riproposizione
integrale del disco in studio, naturalmente con atmosfere ancora
più dilatate e, tutto sommato, ancora più entusiasmanti.
Dopo il live Winwood perse di interesse nel progetto e abbandonò.
Gli altri rimasero e produssero, l'anno successivo, un disco intitolato
Go Too. Si tratta di un disco di canzoni
separate tra loro, di alterno valore. Senz'altro un disco più
che decoroso ma senza gli slanci creativi dei precedenti. In sostanza
il consiglio è di procurarsi al più presto questa
ristampa anche se amate uno solo dei gruppi di cui facevano parte
gli artisti qui impegnati. Un piccolo tesoro dimenticato degli anni
Settanta, insomma, che rivede finalmente la luce.
:: WWW ::
http://www.ravenrecords.com.au/
La girandola sonora
dei Djamra
a cura di Vincenzo Giorgio
Di Djamra si era già parlato un paio d’anni
addietro (cfr. WS 24) in occasione dell’uscita di Transplanation
(Musea 2003), parole di elogio e di speranza riferite, soprattutto,
al potenziale tecnico-creativo grazie al quale l’(allora)
quartetto nipponico era in grado di produrre un suono nel contempo
barbaro e ben congegnato. Tre anni dopo si può dire che
le uniche novità da registrare siano l’estensione
a quintetto, con l’ingresso del talentuoso Takehiko
Fukuda alle tastiere e (purtroppo) una certa regressione
musicale. Intendiamoci, la proposta musicale dei Djamra
è in grado di solleticare i palati più fini, le
orecchie più coraggiose e le aspettative più “colte”,
grazie, soprattutto, ai variegati orizzonti che il combo nipponico
è in grado di evocare. Qui, però, sta anche il suo
limite più vistoso: una girandola vorticosa di stili e
di riferimenti che, se all’inizio può affascinare,
dopo un paio di tracce inizia a farsi prima prevedibile, poi scontata
ed, infine, noiosa.
Djamra
- Kamihitoe
Poseidon/Musea 2006 - 64'38''
LINE UP
Masaharu Nakakita: bass
Shinji Kitamura: saxophone
Akihiro Enomoto: drums
Takehiko Fukuda: keyboards
Akira Ishikawa: guitar
|
Si potrebbe stilare una lussureggiante
lista di tutti gli stilemi citati: jazz, rock, noise, klezmer, shuffle,
zeuhl, (persino) rock sinfonico, psichedelia, hardcore, metal, il
tutto condito da quel sentire nervoso ed aggressivo, tipicamente
nipponico. Insomma, c’è il gusto del collage un po’
fine a se stesso ed anche una sorta di onanismo virtuosistico del
tipo “so suonare anche questo, non te lo aspettavi eh?”.
Eppure Kamihitoe apre molto bene il lavoro
(ascolta il sample
audio), con quel suo jazz-rock così trascinante e corrosivo,
ad alto tasso elettrico che, improvvisamente, si apre in una citazione
klezmer; ma già da New Bound, introdotta da un drums
& bass ad alta ebollizione, si inzia a scoprire il giochino
delle “millecitazioni”, che con The Cave
(probabilmente il brano che meglio sintetizza la propensione onnivora
del combo) inizia a diventare assai prevedibile (per non dire stucchevole):
la chitarra di Masaharu Nakakita, questa volta,
sembra odorare di post-rock e, invece, prima ci introduce in un
night newyorkese intriso di swing fumoso che, repentinamente, si
trasforma in Third dei Soft Machine, e
poi ci scaraventa in piena orgia metal senza disdegnare un assaggio
di bossa nova introdotto da un pianoforte a’ la Cecil Taylor
(ascolta il sample
audio). Insomma per i Djamra urge riordinare
le idee e trovare un’identità precisa. Come diceva
Pirandello: uno, nessuno e centomila.
:: DOWNLOADS ::
Kamihitoe (2'21'' sample - mp3 stereo 128Kb) - download
The Cave (3'22'' sample - mp3 stereo 128Kb) - download
:: WWW ::
http://www.djamra.com
http://www.poseidon.jp
Retrogusti
jazz rock
a cura di Vincenzo Giorgio
Stomu Yamash’ta, poliedrico percussionista
e compositore nipponico (probabilmente il primo giapponese a farsi
un nome nell’ambito del prog) rilasciò un’intervista
a Ciao 2001 nel cuore degli anni settanta dichiarando, tra l’altro,
che preferiva di gran lunga un disco commerciale ben riuscito
rispetto ad uno d’avanguardia mal fatto. Magari, ascoltando
questa scoppiettante uscita dei giapponesi Side Steps,
il buon Catalano (ricordate “Quelli della Notte?”)
potrebbe dire: è molto meglio un disco derivativo che si
fa ascoltare in modo piacevole e continuativo piuttosto che uno
con pretese innovative, inascoltabile e noioso… È
anche vero che, come direbbe Qohelet, “non c’è
niente di nuovo sotto il sole” tuttavia questo quartetto
nipponico ci regala cinquanta minuti scarsi di piacevolezza, leggero
rock-jazz ottimamente confezionato che profonde occhieggiamenti
in ogni suo anfratto: Pat Metheny, Brand
X, gli stessi Return To Forever di Chick
Corea; non solo, ma la critica di fare una musichetta tutto sommato
superficiale, di scarso impatto creativo, che veleggia spesso
e volentieri in superficie potrebbe essere del tutto legittima….Eppure
c’è qualcosa in queste sette tracce che può
lasciare, non dico un segno, ma almeno un gradevole “retrogusto”.
Side
Steps - Verge of Reality
Poseidon/Musea 2005 - 48'05'' LINE UP
Atsunobu Tamura: guitar
Hiroaki Itoh: keyboards
Koichi Iwai: bass
Ichiro Fukawa: drums
|
Prendete, ad esempio, l’inaugurale
Roppongi Night, (ascolta il sample
audio) con quel suo incipit tutto funky e bossa nova, con il
Rhodes del tecnicissimo Hioaki Itoh che si trasforma
in una profumata citazione degli Hatfield & The North
grazie anche al serrato interplay tra il tastierista e l’altro
punto forte della band: il chitarrista Atsonobu
Tamura, qui perfetto clone di Phil Miller.
Sarò sincero: sono ‘setteminutizeronove’ che,
in questa piovosa domenica di metà settembre non smetterei
mai di ascoltare… Eppoi c’è la frastagliata lievità
di Edge Trigger che potrebbe pure rimandare al “Canterbury
Champagne” della Forgas Band Phenomena. Se
Beyond The Verge insiste un po’ troppo su di una
cantabilità un poco leziosa, Because Of Silence
veste gli abiti del crepuscolo sudamericano con Tamura che si avvicina
parecchio alle timbriche del primo Carlos Santana,
mentre Evergreen è una dolcissima ballata per soli
piano e chitarra. Conclude l’album la trascinante Courage
Of The Wind (ascolta il sample
audio) che, in perfetto stile fusion ortodosso, congiunge energia
a melodia.
:: DOWNLOADS ::
Roppongi Night (2'50'' sample - mp3 stereo 128Kb) - download
Courage Of The Wind (3'05'' sample - mp3 stereo 128Kb)
- download
:: WWW ::
http://www.pastelnet.or.jp/users/hiro/sidesteps/
www.musicterm.jp/poseidon
Suoni
e colori
a cura di Paolo Carnelli
Quando le ombre di una sera estiva si allungano sull’orizzonte,
e le rondini sembrano danzare contro il sole, le note prodotte
dai nipponici Lu7 possono rivelarsi una colonna
sonora impareggiabile. Nato nel 2001, Lu7 è un duo composto
dal chitarrista Tsutomu Kurihara e dalla bella
tastierista Luna Umegaki. Nel dicembre del 2002
Luna e Tsutomu pubblicano il loro primo album Efflorescence
in formato elettronico, affidandone la distribuzione internazionale
al portale mp3.com. A quattro anni di distanza, ecco la pubblicazione
del disco d’esordio su cd, con tanto di bonus track. Più
che un album jazz rock, Efflorescence
è quasi un chill-out. Quello che colpisce al primo
ascolto è la presenza massiccia di ritmiche elettroniche
dalla sonorità e dalla struttura modernissima: layer e
layer di batteria e percussioni, a volte quasi caratterizzate
da una pulsazione jungle, estremamente frammentaria, su cui la
chitarra holdsworthiana di Kurihara può distendere le sue
melodie. A supportare la sei corde di Tsutomu, ecco puntuale l’altro
componente di questo insolito duo: la deliziosa Luna Umegaki.
Tastierista abilissima anche nella programmazione, Luna privilegia
un pianismo lirico e fluido, che ha il pregio di donare maggiore
sostanza a tappeti di tastiera quasi impalpabili, ma di grande
respiro (ascolta il sample
audio).
Lu7
- Efflorescence
Intermusic/Musea 2006 - 58'18'' LINE UP
Luna Umegaki: keyboard, programming
Tsutomu Kurihara: guitars
Guests
Toshimi Nagai: fretless bass on track 5
|
Non c’è affanno nelle undici
tracce che compongono Efflorescence, semmai
qualche tentazione maggiormente sinfonica che fa capolino qua e
là, come nella conclusiva Soft Nothings, o nel quarto
brano, Nusa Dua, quando gli archi sintetici di Luna prendono
brevemente il proscenio con una risolutezza quasi Emersoniana. E
forse proprio volendo parafrasare quanto ideato tante volte in passato
dal celebre trio inglese, ecco la riproposizione di un pezzo classico,
ovvero la celebre Sonatina per pianoforte di Ravel
(1905), in una versione che forse farà storcere il naso ai
puristi, ma che si dimostra ben inserita e perfettamente coerente
con le atmosfere dell’album (ascolta il sample
audio). Certamente non tutto in Efflorescence può
dirsi completamente riuscito: a volte durante l’ascolto può
emergere la sensazione di trovarsi di fronte a una proposta musicale
troppo plastificata e meccanica, ma del resto è proprio sul
filo dell’equilibrio tra sintesi elettronica e umano sentire
che Lu7 gioca le sue carte. In maniera, a mio avviso, più
che dignitosa.
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12th Tree (2'48'' sample - mp3 stereo 128Kb) - download
Sonatine I - Modere (2'30'' sample - mp3 stereo 128Kb)
- download
:: WWW ::
http://lu7.biz
www.musicterm.jp/intermusic
L'anello
mancante
a cura di Roberto Paravani
I 48 minuti stipati in questo dischetto di alluminio debbono essere
descritti con un minimo di attenzione: i primi 32 minuti sono
The empire of necromancers dei Ring,
una formazione di Tokio vissuta tra il 1974 ed il 1976 e capitanata
dal batterista e cantante Takashi Kokubo. I brani
relativi a questo combo sono 5 e sono stati registrati dal vivo
nel corso del 1975. Sono pezzi molto grezzi, con timbriche datate,
con toni confusi, ingenui nel ricalcare certe sonorità
tipicamente anni 60. Ma fascinosi. E anche seducenti. Ci troviamo
vicini a certe cose che suonavano i Pink Floyd
prima di rimanere inebetiti dal contemplare il lato oscuro della
luna (ascolta il sample
audio). E poi, perché no, siamo prossimi anche ai vecchi
e ormai dimenticati Iron Butterfly. Quindi stiamo
parlando di musica psichedelica, allucinata e po’ ruspante,
quasi sempre accattivante. E certe progressioni strumentali riportano
alla mente addirittura la Mahavishnu Orchestra
del sommo John McLaughlin. Purtroppo non tutto
impressiona piacevolmente; le parti vocali, ancorché decisamente
brevi, “colpiscono” per banalità e meccanicità
e la timbrica del cantante riesce a peggiorare ulteriormente le
cose. Meglio, molto meglio, quando il flusso delle note rallenta,
quasi a spegnersi per poi deflagrare con energia inaspettata.
Ring
- The Empire of Necromancers
Poseidon/Musea 2006 - 48'09''
LINE UP
Takashi Kokubo: drums/vocals
Masato Kondo: guitars
Hiroshi Hamada: bass
Yukitoshi Morishige: synthesizers/keyboards
Tracks 6/7
Takashi Kokubo: synthesizers/programming
Kayo Matsumoto: synthesizers
Haruhiko Tsuda: guitar
|
Poi, come da premessa, ci sono altri
16 sorprendenti minuti di musica registrata in studio tra il 1977
ed il 1978 (ma le parti batteria sono state aggiunte nel 2006!)
a nome Kokubo Synthesizer Works; qui il nostro
Takashi Kokubo passa dai tamburi alle tastiere
e mette da parte ogni velleità da cantante. E il flusso sonoro
che prima era lisergico diventa elettronico. Migliora la qualità
della produzione e diminuisce la derivatività dell’ispirazione,
anche se molti non faticheranno a trovare affinità con certe
cose prodotte dai Tangerine Dream. I pezzi sono
solo 2 ma questa è la parte migliore dell’opera. E
una citazione particolare va fatta per la conclusiva In memory
of charmades the pan (ascolta il sample
audio): 11 minuti di progressive elettronico, bizzoso e originale
dominato dai sintetizzatori, quasi che Emerson
e Moraz si fossero seduti uno di fronte all'altro
mettendo i loro stili a confronto. Un album quindi raccogliticcio,
forse incompiuto, sicuramente frammentario, che però ha l’incredibile
qualità di catturare l’attenzione dell’ascoltatore
e contemporaneamente alienarne la mente.
:: DOWNLOADS ::
Prologue (3'10'' sample - mp3 stereo 128Kb) - download
In memory of charmades the pan (3'15'' sample - mp3 stereo
128Kb) - download
:: WWW ::
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Il
gusto della vita
a cura di Paolo Carnelli
Quello di Kazumi Watanabe è un nome che
non dovrebbe suonare nuovo ai seguaci del jazz prog, non solo
di marca giapponese. Nato a Tokyo nel 1953, Watanabe si è
messo in luce giovanissimo con alcuni album solisti, prima di
formare nel 1979, insieme a musicisti del calibro di Ryuichi Sakamoto,
Akiko Yano e Shuichi Muratami il leggendario supergruppo Klyn.
Ma è negli anni ottanta che la stella del chitarrista giapponese
vive il suo momento di massimo splendore, grazie alla collaborazione
con alcuni esponenti di spicco del jazz prog internazionale: è
infatti del 1987 il primo capitolo del fortunato progetto The
Spice of Life, in cui Watanabe è affiancato da
Bill Bruford (batteria), Jeff Berlin
(basso) e Peter John Vettese (tastiere). La formula
riscuote un grande successo, e al primo episodio omonimo fanno
seguito un secondo capitolo – The Spice of Life 2
– e un live recentemente ristampato in DVD.
The Spice of Life 2
è un lavoro curato e gradevole, anche se non particolarmente
originale. Registrato tra il febbraio e il marzo del 1988 in Inghilterra,
l’album presenta come principali marchi di fabbrica il guitar
playing marcatamente fusion di Watanabe e il
drumming sintetico di Bruford, sviluppato completamente
sui pad della celebre Simmons SDX. Notevole anche l’apporto
al basso fretless di Berlin, mentre a parte l’opener
Andre e Kaimon, dove trova spazio un bel solo
di piano elettrico, le tastiere di Vettese rimangono
leggermente in secondo piano. A livello di credits, delle otto
tracce due sono a firma Watanabe/Berlin e due a firma del solo
Bruford. Queste ultime – Small Wonder e Men
and Angels – sono quelle in cui è maggiormente
curata la parte melodica, mentre l’input di Berlin si traduce
piuttosto in atmosfere dal taglio funkeggiante. La già
citata Kaimon è forse il pezzo complessivamente
più convincente, quello in cui la personalità dei
vari musicisti sembra trovare il modo di esprimersi in maniera
più omogenea: la forma melodica spezzata della frase principale
(ascolta il sample
audio) può ricordare qualcosa degli Earthworks,
se non addirittura del primo omonimo ABWH, con
il drumming di Bruford a fare necessariamente
da filo conduttore tra i vari progetti.
Kazumi
Watanabe - The Spice of Life 2
Domo/Polydor 1988 - 42'09'' LINE UP
Kazumi Watanabe: guitars
Bill Bruford: Simmons SDX Electronic Drums
Jeff Berlin: bass
Peter Vettese: keyboards
|
Dopo aver legato il suo nome alla sagoma
inconfondibile della chitarra elettrica Steinberg, negli ultimi
anni Watanabe si è reso protagonista di
un ritorno alla dimensione acustica, inserita spesso in un contesto
sinfonico. Attualmente su You Tube è possibile
rivedere gratuitamente alcune performance live di Watanabe, in cui
il chitarrista giapponese ripropone due brani dei King Crimson
– 21st Century Schizoid Man e Epitaph –
riarrangiati per chitarra acustica e orchestra: www.youtube.com/watch?v=XSMHBNSPGDY
:: DOWNLOADS ::
Andre (2'38'' sample - mp3 stereo 128Kb) - download
Kaimon (2'40'' sample - mp3 stereo 128Kb) - download
:: WWW ::
http://www.hilltop.co.jp/kazumi/E/index.html
Il
ritorno acustico degli Asturias
a cura di Paolo Carnelli
Gli Asturias nascono nel 1987 dalla mente di
Yoh Ohyama, polistrumentista cresciuto con il
mito di Mike Oldfield. Dopo aver lavorato a lungo
come tecnico in uno studio di registrazione, Yoh riesce a pubblicare
tre album tra il 1988 e il 1993 per una grossa etichetta giapponese,
la King Records. L’insuccesso commerciale dei tre lavori
costringe Ohyama a mettere in stand by il progetto, che viene
però riproposto a sorpresa dieci anni dopo, ovvero nel
1993, in una veste completamente nuova. Acoustic Asturias
è infatti un quartetto composto da musicisti provenienti
da un ambito classico, contrariamente a quello rock degli esordi.
Bird Eyes View,
registrato nel 2003 e pubblicato nel 2004, è il prodotto
di questo rinnovato sodalizio artistico. Nonostante sia lungo
solo venticinque minuti, il mini album rappresenta indubbiamente
un lavoro di notevole interesse, innanzitutto per la coerenza
e la maturità che lo contraddistingue. Contrariamente ad
altre celebri ensemble acustiche nipponiche, come ad esempio i
celebratissimi Quikion, gli Asturias preferiscono
non sconfinare mai nel territorio etnico, ma scelgono di muoversi
con indubbia perizia strumentale in un ambito strettamente classico
e cameristico. Il collegamento con il prog, oltre che dal frequente
uso di contrappunti e intrecci strumentali, è dato principalmente
dal pianismo wakemaniano di Yoshihiro Kawagoe,
liquido e melodico, come testimonia la vivace apertura di Distance
o gli intarsi della conclusiva Ryu-Hyo, e dal violino
ispirato dell’affascinante Misa Kitatsuji.
Contornato da strumentisti di indubbio valore, Ohyama si limita
a un ruolo di contorno, accompagnando con la chitarra classica
le evoluzioni sempre molto ben calibrate di violino e clarinetto.
L’equilibrio e la compattezza che il quartetto riesce a
mantenere per l’intero lavoro testimoniano comunque le grandi
capacità compositive e di arrangiatore di Ohyama, e rendono
il progetto una piccola gemma, vicino in certi momenti agli Echolyn
di And every blossom o alle Orme di
Florian. Della bellezza di Bird Eyes View devono
essersene accorti in molti, visto che l'album è
stato a lungo in testa nelle vendite del principale sito di cd
progressive giapponese, Music Term, e che il
gruppo dopo aver suonato nel 2005 al Baja Prog messicano è
ora atteso da vari concerti in Europa. Per noi italiani, c’è
la possibilità di ascoltare gli Acoustic Asturias dal vivo
all’Heron Prog Fest di Novara il 2 giugno prossimo. Un appuntamento
da non perdere.
Asturias
- Bird Eyes View
Poseidon/Musea 2004 - 24'53'' LINE UP
Yoshihiro Kawagoe: grand piano
Misa Kitatsuji: violin
Kaori Tsutsui: clarinet and recorder
Yoh Ohyama: nylon string guitar and glockenspiel
Kanako Ito: voice |
:: WWW ::
http://www.asturias.best.cd
www.musicterm.jp/poseidon/
Leggi
l'Intervista agli Asturias a cura di Daniele Cutali (Movimenti
Prog)

Asturias in Italia!
a cura di Paolo Carnelli
La prog band giapponese Asturias,
rinomata per il taglio acustico delle sue composizioni (a proposito
del debut album Birds Eye View pubblicato su etichetta
Poseidon si è infatti da più parti parlato di "acoustic
modern music") sarà eccezionalmente in Italia per
due concerti tra la fine di maggio e l'inizio di giugno:
28 maggio - Roma, TUMBLER
Via Degli Equi, 22 (San Lorenzo)
http://www.actumbler.com/
Tel. 338 24 31 856 - 339 40 98 763
Ingresso libero - Ore 22.30
2 giugno - Novara, Giovani Espressioni HERON
PROG FESTIVAL vol.1
Arti e Mestieri
Asturias
Il Castello di Atlante
Calliope
Inizio ore 17 - INGRESSO LIBERO
www.giovaniespressioni.it
- info@giovaniespressioni.it
*Asturias lineup:
Yoh OHYAMA (gut guitar)
Yoshihiro KAWAGOE (piano)
Kaori TSUTSUI (clarinet & recorder)
Miki FUJIMOTO (violin)
*Info:
http://www.tripmusic.net/asturias/
Sound sample http://www.tripmusic.net/asturias/listen_bird.php3
Pop
& Mellotron: la scommessa dei Walrus
a cura di Paolo Carnelli
Il primo mini album dei Walrus, In the Room
of a Singular Point, è un lavoro abbastanza atipico.
Il quartetto giapponese, di fatto un power trio capitanato dal
teatrale vocalist Shiiba, sembra infatti cercare
di mescolare la semplicità di un rock melodico cantato
in lingua madre, con le aperture e le atmosfere tipiche dei Genesis
del periodo Gabriel. La scelta, ribadita anche dall’immagine
contenuta nel booklet, dove Shiiba è ritratto sul palco
mentre indossa la classica maschera da fiore di gabrielliana memoria,
è senz’altro impegnativa, e costringe il gruppo a
muoversi sul filo di un equilibrio estremamente difficile da gestire.
In questo senso l’iniziale A moss
green screen rappresenta forse il momento in cui il progetto
prog pop dei Walrus raggiunge il suo più pieno compimento
(ascolta il sample
audio): si parte con un intreccio di chitarre acustiche e
12 corde vicino ai classici del gruppo di Banks
e soci, fino all’emergere graduale del Mellotron che sostiene
vocalizzi quasi Crimsoniani. L’apertura che squarcia il
brano alla sua esatta metà colpisce per la perizia con
cui la chitarra elettrica riesce a riprendere sonorità
marcatamente Hackettiane, legandole alla perfezione con il pieno
del Mellotron. L’effetto cupo e drammatico
rappresenta la logica evoluzione della malinconica melodia vocale
iniziale, consentendo al brano di attestarsi su livelli qualitativi
molto buoni, anche in termini di originalità globale. Purtroppo
nel resto dell’album la band non sa mantenersi su questi
standard. Già la successiva Freedel & Cartel-leath
propone un semplice e serrato pop rock dai toni freschi ma tutto
sommato ingenui, mentre nei pezzi successivi l’elemento
prog rimane solo di contorno, ridotto a qualche accordo di Mellotron
e a qualche arpeggio di chitarra su un impianto rock. Solo la
lunga Deceiver (ascolta il sample
audio) riesce in una breve sezione a riprendere con successo
quei tratti epici che avevano caratterizzato l’inizio dell’album,
mentre la delicatezza di Interview si fa comunque apprezzare
per il suo taglio bucolico, su un tempo quasi bossanova, impreziosito
da un intermezzo di flauto. Dal sito ufficiale apprendiamo che
i Walrus sono ormai sciolti, ma avremo ugualmente modo di riparlare
del gruppo quando prenderemo in esame il secondo e ultimo album
Colloidal pubblicato nel 2005.
Walrus
- In the Room of a Singular Point
Adda 2004 - 31'14'' LINE UP
Shiiba: vocals, flute
Hideki: guitar, mellotron, chorus
Goro: bass, chorus
Okabe: drums, chorus |
:: DOWNLOADS ::
A moss green screen (2'52'' sample - mp3 stereo 96Kb)
- download
Deceiver (2'37'' sample - mp3 stereo 96Kb) - download
:: WWW ::
http://mirra.fc2web.com

Il
violino infuocato
a cura di Paolo Carnelli
Chi ha qualche dimestichezza con il prog rock giapponese sa già
quanti gruppi nipponici abbiano tentato, con sorprendente passione
e dedizione, di ricreare la magica alchimia che ha caratterizzato
il primo omonimo album del supergruppo UK nel
lontano 1977. Il violino infuocato di Eddie Jobson,
il basso potente di John Wetton, la ritmica fantasiosa
di Bill Bruford e la chitarra ipertecnica di
Allan Holdsworth produssero infatti uno dei capolavori
del genere, mirabilmente in bilico tra prog e jazz rock. Ascoltando
Discontinous Spiral, prima traccia di questo Four
corner’s sky del quartetto nipponico KBB,
sembra di essere tornati indietro nel tempo: come allora, un violino
si insinua con sublime maestria tra complesse partiture dal sapore
jazzato a base di Fender Rhodes e controtempi ritmici, fino a
lasciare il campo al synth, che con quel suono e quel fraseggio
ci riporta direttamente a brani come Carrying no cross
o Rendez vous 6:02 (ascolta il sample
audio).
Ma etichettare i KBB come
meri cloni degli UK sarebbe ingiusto, oltreché
riduttivo. La freschezza jazzata delle composizioni e la forte
propensione melodica dell’archetto del talentuoso Akihisa
Tsuboy richiamano infatti alla mente, già nel
brano d’apertura, anche certe cadenze tipicamente “popolari”
della PFM, oltre alle sonorità di gruppi
come Curved Air e Mahavisnu Orchestra.
Un ulteriore cambio di rotta avviene nei brani in cui il bassista
Dani si cimenta anche alla chitarra, traghettando
il gruppo verso le atmosfere più cupe e nervose dei King
Crimson dell’era Cross. Kraken’s Brain
is Blasting offre infatti nove minuti di tour de force elettrico,
introdotti da un violento inizio percussivo dal sapore tribale
(ascolta il sample
audio): il volano del brano è rappresentato dall’alternanza
tra tirate distorte e pause meditative, all’interno delle
quali non manca però di correre sottotraccia qualche riff
inquieto, grazie al pizzicato del violino o alle note del piano.
Se tracce come Horobi no Kawa, Backside Edge e
Slave Nature (tra Mahavisnu e Weather Report)
vedono il quartetto veleggiare con grande sicurezza ed energia
in ambito classicamente jazz rock, I am not here rivela
invece un’interessante capacità di esplorare territori
di confine quasi espressionisti e improvvisativi, segnati dal
pianoforte ispirato di Toshimitsu Takahashi e
dal violoncello di Tsuboy. Four corner’s sky è
un album vario e gradevole, che gode di una registrazione impeccabile
e di una scrittura ispirata, dove la melodia non si trova mai
a soccombere in nome della tecnica fine a se stessa.
KBB
- Four Corner's Sky
Poseidon Records/Musea 2003 - 56'39'' LINE
UP
Akihisa Tsuboy: violins, celloin, guitars
Toshimitsu Takahashi: keyboards
Dani: bass, guitars
Shirou Sugano: drums |
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Discontinous Spiral (3'02'' sample - mp3 stereo 96Kb)
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Kraken’s Brain is Blasting (3'04'' sample - mp3
stereo 96Kb) - download
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Il
trio delle meraviglie
a cura di Paolo Carnelli
The Waves è uno degli album prog
giapponesi più interessanti degli ultimi anni. Misterioso,
malinconico, cerebrale, ma al tempo stesso sensibile al nesso
melodico e poco incline al semplice caos improvvisativo, come
spiegano gli stessi componenti del gruppo: «All’inizio
la nostra produzione era incentrata esclusivamente sull’improvvisazione.
Successivamente ci siamo spostati verso la composizione vera e
propria, ispirata dalla musica minimale». E infatti i Flat
122 sul loro sito si definiscono “hard minimal
bassless unit”, un’unita minimale consistente, anche
se priva del basso. Perché la grande peculiarità
di questo trio nato nel 2002 è di essere in realtà
un trio atipico: tastiere, chitarra e batteria. Niente voce (a
parte qualche intermezzo a cura di Akane Kobinata)
e soprattutto niente basso. Ed è proprio l’assenza
del basso a donare alla musica dei Flat 122 quella deliziosa asimmetria
e ariosità che la caratterizza, spostando al contempo il
contesto d’azione su un terreno concertistico e classicheggiante,
dominato dal pianoforte ispirato di Takao Kawasaki.
Volendo trovare dei termini di paragone, viene alla mente il gusto
contemporaneo dei Birdsongs of Mesozoic, colorato
dagli stessi elementi tribali e dalla stessa forte componente
percussiva, oppure lo stream of consciousness degli Underground
Railroad, ma meno caotico e più meditato.
L’inizio dell’album è
folgorante, grazie alle atmosfere sospese della title track, introdotta
dalla stessa inquieta malinconia che ha colorato pagine importanti
del rock progressivo come Felona e Sorona delle Orme
o YS del Balletto di Bronzo (ascolta
il sample
audio). Pur muovendosi prevalentemente sui tasti d’avorio
del pianoforte, Kawasaki non trascura la ricerca
timbrica, dando spazio anche a sonorità customizzate e
ad alcuni campionamenti di grande interesse. Sorprende anche l’uso
abbondante di spinetta e harpsicord, che rendono più acidi
e perversi molti passaggi. La musica scorre in maniera fluida
nonostante i frequenti cambiamenti di sonorità e atmosfera:
nelle note c’è poca indulgenza fusion e tanta musica
classica e contemporanea; non a caso tra gli ascolti del gruppo
figurano i nomi di Olivier Messiaen, Gyorgy Ligeti, Bela Bartok,
Erik Satie, Claude Debussy, Maurice Ravel, Philip Glass, Dmitri
Shostakovich, Igor Stravinsky, Maurice Ravel, Ludwig van Beethoven,
Gabriel Faure, oltre ai più canonici ELP,
King Crimson e Pink Floyd.
FLAT
122 - The Waves
Poseidon Records/Musea 2005 - 63'23'' LINE
UP
Satoshi Hirata: electric guitar
Katsu Sato: drums, percussion
Takao Kawasaki : piano, synthesizer, sampling machine
Akane Kobinata: vocals on tracks 1-5-10 |
Neo Classic Dance risulta un pizzico più accessibile
del brano di apertura, grazie a un riff di chitarra saltellante
quasi Gerwshiniano e alle positive aperture melodiche (ascolta
il sample
audio). Dopo la più meditativa e canonica - ma comunque
gradevole - Satie #1, e il delicato incedere ternario
di The Summer, la sezione centrale dell’album lascia
maggiormente spazio alla tecnica strumentale dei musicisti: da
segnalare infatti i soli di batteria di Kiyotaka Tanabe
in PANORAMA e Dizziness, e in generale
una tensione solistica e contrappuntistica di stampo ELPiano.
L’album si chiude in crescendo con l’incantevole The
Winter Song, duetto tra il pianoforte di Kawasaki
e la chitarra di Hirata dai toni struggenti e
crepuscolari, e con la lunga Spiral, brano meno riuscito
della title track ma comunque intrigante. Anche in questo caso
la musica dei Flat 122 riesce sempre a trovare il tempo di prendersi
delle pause prima di rituffarsi in passaggi più intricati:
un’alternanza di vuoti e pieni che rimanda ancora una volta
l'ascoltatore a contesti classici e di musica contemporanea. Un
album veramente consigliato.
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The Waves (2'54'' sample - mp3 stereo 96Kb) - download
Neo Classic Dance (2'45'' sample - mp3 stereo 96Kb) -
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Fusion
sinfonica? Sì, grazie!
a cura di Paolo Carnelli
Da sempre esiste una contraddizione interna che attanaglia il
movimento rock progressivo giapponese, ed è quella che
vede contrapposte la pregevolezza e la validità delle partiture
strumentali alla banalità e alla fragilità di quelle
cantate. Si sottrae in parte a questa dicotomia l’omonimo
album degli Interpose+, quintetto dalla line
up classica (chitarra, basso, batteria, voce, tastiere) arricchito
dalla presenza del virtuoso Akihisa Tsuboy al
violino in un brano.
Aircon apre il cd con piglio fusion,
permettendo al valido chitarrista Kenji Tanaka
di squadernare subito il suo caratteristico stile in bilico tra
Allan Holdsworth e Steve Howe.
Bisogna attendere la metà del brano, lungo circa undici
minuti, prima che faccia la sua comparsa il cantato, rigorosamente
in lingua giapponese, ad opera della bella Sayuri Aruga.
Si tratta di una vocalità che trae linfa da ispirazioni
nordiche, cosa ancor più evidente nella successiva Dayflower,
in cui la parte cantata sembra uscita direttamente da un album
degli Anekdoten. Questo brano, diviso nettamente
in due parti, ci regala a partire dal minuto 5’33’’
il primo momento realmente degno di nota dell’album (ascolta
il sample
audio), grazie a un decollo strumentale che consente alla
band di lanciarsi in un’emergenza di stampo marcatamente
yessiano: la polifonia dei synth e i cambi di tonalità
in sequenza non possono non richiamare alla mente un brano simbolo
come Awaken, non a caso citato anche
in uno dei tanti intrecci di tastiere presenti nella parte finale
del pezzo. Con Zitensya la penna passa
nelle mani di Kyuji Yonekura: il tastierista
produce una base di piano in 7/4 molto in stile Moraz/Bruford,
su cui danza una chitarra inquieta di ispirazione holdsworthiana.
Il giro alla lunga si rivela un po’statico, ma fortunatamente
al minuto 5’56’’ (ascolta il sample
audio) ecco puntuale l'attesa cesura: un arpeggio di pianoforte
estremamente intricato si insinua tra una chitarra funky e un
basso avvolgente, prima del ritorno infuocato della chitarra.
INTERPOSE
+ - Same
Poseidon Records/Musea 2005 - 45'67'' LINE
UP
Kenji Tanaka: guitars
Katsu Sato: drums, percussion
Toshiyuki Koike: bass guitar
Kyuji Yonekura: keyboards
Sayuri Aruga: vocal
Akihisa Tsuboy: violin
Dani: programming |
Il successivo Koibumi, introdotto dal
flauto, ci conduce in un clima più bucolico e meditativo,
prima di prendere vita grazie al fraseggio di Tanaka, stavolta
fatto di note ribattute e improvvise aperture in pieno stile Howe.
Il cuore del pezzo è nel lungo assolo di chitarra finale,
mentre più di maniera appare stavolta il cantato di Aruga.
La conclusiva Last sign propone un approdo
ad atmosfere jazzate dalle tinte pastello, anche se non mancano
le consuete variazioni, guidate in questo caso dal synth di Yonekura:
tra richiami a UK e Pink Floyd e
accelerazioni rock, l’album si chiude in scioltezza, trasmettendo
una sensazione di positiva ed elegante compiutezza.
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Dayflower part2 (2'32'' sample - mp3 stereo 96Kb) - download
Zitensya (2'31'' sample - mp3 stereo 96Kb) - download
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C'erano una volta gli Earthworks...
a cura di Paolo Carnelli
Sono mesi che mi gingillo con questo
piccolo gioiello che è Taneshina
dei Minoke? Cinque tracce, venticinque minuti
appena, ma sufficienti per titillare il palato degli ascoltatori
orfani dei vecchi Earthworks, quelli di Dig!
per intenderci. Cool jazz condito dai pattern obbligati delle
percussioni elettroniche di Takahashi Katsunori, su cui si muovono
con stile il sax di Kayama Kosei e il piano di Sekido Kunihiko.
L’inizio di Til_na_nOg è
fulminante (ascolta il sample
audio): una frase di accordion e poi un’apertura di
sax di grande respiro, quasi danzante, Jacksoniana. Ma sono i
sette minuti di Turkish David (ascolta
il sample
audio) a regalarci la perla del disco: la batteria si avvale
dei campionamenti tipici della Simmons di Bill Bruford,
disegnando un pattern sinuoso, appena solcato da un sax sporco
e scivoloso, prontamente seguito dal chapman stick di Kawaguchi
Yasushi. Si prosegue con il piano in evidenza, tra tempi dispari
e deliziosi innesti di ritmiche sudamericane. Tecnica e inventiva.
Davvero un bel sentire. Il resto del cd scorre un filo più
ordinario, ma c’è ancora tempo per gli improvvisi
strappi di sax, questi veramente Jacksoniani,
di Atarimae, o per la graziosa ciclicità
di Tri-Band-Boom, preludio alle solite
aperture fiatistiche di Kosei. La chiusura di Nagoya
no Itoko, ci consegna addirittura il brivido sornione
di un mezzo blues – avete presente la parte conclusiva di
Shine on you crazy diamond? –
in cui il sax si muove con la consueta padronanza e agilità:
il fraseggio anche in questo caso è pieno di vitale e contagiosa
baldanza, vero e proprio marchio di fabbrica del sound del gruppo.
MINOKE?
- Taneshina
Vital Records/Poseidon 2003 - 28'05'' LINE
UP
Kawaguchi Yasushi: 5 strings fretless bass + chapman
stick
Takahashi Katsunori: drums + acoustic, electronic
percussion
Kaiama Kosei: tenor+soprano saxophone
Sekido Kunihiko: keyboards |
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Til_na_nOg (2'21'' sample - mp3 stereo 96Kb) - download
Turkish David (2'22'' sample - mp3 stereo 96Kb) - download
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Noccioline
e Canterbury
a cura di Vincenzo Giorgio
Dopo l’ottimo esordio di due
anni fa con l’omonimo lavoro uscito per l’Alibaba
Records, il quartetto sinergetico approda alla statunitense Cuneiform
per quella che speriamo costituisca la sua definitiva consacrazione
a livello mondiale. Il disco si attesta su livelli più
che buoni confermando le doti eclettiche della band che ben sa
muoversi tra rock-jazz, psichedelia post-canterburyana (il riferimento
è soprattutto ai secondo album dei Soft Machine)
e sonorità ruvidamente nipponiche.
M-B è la traccia che apre alla
grande il lavoro (ascolta il sample
audio), disegnando una linea rossa che allaccia il cammino
delle Noccioline Sinergetiche con il percorso precedente, mentre
il paesaggio che si apre con la seconda Monaco
è davvero assai promettente (se non abbagliante) con i
suoi ammiccamenti a sonorità molto avan-garde e pseudo-post-rock.
Una sintesi davvero suggestiva con l’unico limite di durare
solo dueminutieventottosecondi (ma questo conferisce al pezzo
ulteriore fascino…). Trout è
davvero un trionfo spumeggiante con il soprano di Mahi-mahi a
guidare la danza in modo poderosamente delicato, mentre le tastiere
di Iwata Noriya giocano a disegnare scenari sincopati e “slabbrati”.
Neutral è introdotta da un arpeggio
tipicamente minimalista (il Ratledge di Chloe
and the Pirates si insinua occhieggiante) che, purtroppo,
va ad impantanarsi in una sorta di fusion (certamente raffinata
e colta) ma un poco banale per i livelli abituali dei Nostri.
Stessa cosa si può dire per Stum,
dal riff trascinante ma troppo scontato e “beneducato”.
Molto seducente il sensuale spiraleggiare di Oz
(ascolta il sample
audio), mentre Solid Box con la
sua sottile abrasività rimanda all’aspetto più
bordeline (e per me più attraente) dei M&SN, con un
organo che manda segnali post-canterburyani lanciato verso amplessi
semi-bandistici; atmosfera tesa ed inquieta che permane anche
nella vorticosa Texas, mentre è
la felpata Normal a chiudere in modo
convincente il percorso di questo secondo capitolo della band
nipponica. La sponda machiniana di Canterbury è
definitivamente assimilata e fatta fiorire in un contesto acutamente
post-jazz-rock (Tortoise e Chicago Underground
si intravedono, seppure timidi, all’orizzonte): mi auguro
che sia un nuovo mare da navigare.
MACHINE
AND THE SYNERGETICS NUTS
Leap Second Neutral
Cuneiform 2005 - 54'19'' LINE UP
Masahide "mahi-mahi" Hasegawa: sax
Toshiaki Sudoh: drums
Hiroyuki Suzuki: bass
Noriya Iwata: keyboards
Matsue Jun: guitar
Takahashi Yuko: percussion |
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M-B (2'39'' - mp3 stereo 96Kb) - download
Oz (3'00'' - mp3 stereo 96Kb) - download
:: WWW ::
http://www.alibabarecords.com/msnet/index.html
www.cuneiformrecords.com