UNA SINFONIA PROGRESSIVA
Intervista con Davide Pistoni (Sinfonia)
a cura di Paolo Carnelli

Sinfonia è un nome che probabilmente suonerà nuovo a molti lettori. Eppure alcuni anni fa, all’interno della splendida compilation Progressivamente 1973 – 2003, fu pubblicato a nome Sinfonia un brano intitolato La follia che diventa realtà. Una intrigante mini suite di circa sette minuti, con tanto di tempi dispari, sintetizzatori, violino elettrico e sassofono: praticamente un manifesto ideale del prog del nuovo millennio.
I credits presenti nel booklet svelavano l’apporto di alcuni grandi musicisti della scena internazionale: Ermanno Castriota (Nidi D’Arac, Parto delle nuvole pesanti, Marc Almond), Eric Daniel (Joe Cocker, Giorgia, Manhattan Transfer…), Alessandro Corsi (Balletto di Bronzo, Capolinea), Nicola Di Staso (Libra, Reale Accademia di Musica, Daemonia…), Francesco Isola (Andrea Braido, Debbye Bonham…), coordinati dal funambolico Davide Pistoni, a sua volta apprezzato turnista con Zucchero, Baglioni, Ramazzotti e tanti altri. Ma soprattutto, in quegli stessi credits è presente anche il nome di Gianni Leone, leader del Balletto di Bronzo, a testimoniare un ideale punto di contatto con la storia del Rock Progressivo italiano.

Dopo diversi anni dalla pubblicazione di quel brano, lo scorso ottobre ho avuto modo di incontrare Davide Pistoni a Roma, prima di un concerto di Gazebo. Grazie alla sua disponibilità e alla collaborazione dell’amico Guido Bellachioma, deus ex machina del progetto Sinfonia, con Davide siamo riusciti a ricostruire il “dietro le quinte” che ha portato alla registrazione di La follia che diventa realtà. Ne è uscita fuori non solo un’analisi critica e tecnica, ma anche un racconto divertente, pieno di aneddoti e curiosità, e soprattutto la testimonianza di come oggi ci siano ancora persone che si mettono in testa di realizzare un progetto solo per l’amore della Musica... ovviamente quella con la M maiuscola.

-----------------------

[WS] La prima domanda riguarda il nome: si pronuncia Sinfonìa o Sinfònia?
[Davide Pistoni] In origine era Sinfònia, ora è diventato Sinfonìa. C’è stato un periodo in cui il nome era scritto addirittura con il ph, quasi a voler conferire una sorta di particolarità al progetto. Poi abbiamo deciso che la cosa migliore fosse adottare il classico nome italiano.

[WS] Ricostruiamo un po’ la nascita del progetto… se non sbaglio tutto è nato dal tuo incontro con Guido Bellachioma…
[DP] Si, il progetto è nato da questa idea un po’ balzana da parte di Guido e mia di riuscire a mettere insieme un po’di nomi per lavorare a un progetto prog. All’inizio sembrava una specie di minestrone, però devo dire che alla fine il lavoro ha dato i suoi frutti, perché pur avendo scritto e arrangiato il brano da solo, in fase di registrazione ho lasciato comunque spazio ai vari musicisti: del resto non si trattava di semplici turnisti ma di artisti di un certo spessore artistico e musicale. La mia filosofia è stata quella di dire «Questa è la mia idea: cosa ci porteresti dentro di tuo?» E questo forse è il fattore che ha contribuito a rendere più particolare il pezzo.

[WS] So comunque che per produrre La follia che diventa realtà è stato necessario un grosso lavoro di montaggio e mixaggio delle parti registrate dai vari musicisti…
[DP] Sul libretto del cd forse non è stato menzionato, ma in realtà insieme a Guido abbiamo passato – grazie a Dio sempre divertendoci – diverse notti a lavorare, arrivando fino all’alba. I canali erano così tanti, 42 tracce, anzi di più, visto che poi molte tracce le abbiamo accoppiate tra loro col computer, che è stato un lavoro molto pesante. Però visto che il risultato ci è piaciuto, sicuramente andremo avanti col progetto con altri ospiti di grosso calibro, anche stranieri.

[WS] A proposito di ospiti, vogliamo ricordare chi ha contribuito a questo primo capitolo del progetto Sinfonia?
[DP] Assolutamente. L’apporto umano e musicale è stato enorme… basti pensare alla genialità di Ermanno Castriota (HER) che con il suo violino ha dato al pezzo questa sonorità molto “aspide”, che però è stata fondamentale. Poi Eric Daniel con il suo sax, che era un po’ una scommessa di Guido. Quando me l’ha proposto, gli ho detto: «Ma… progressive col sax? Posso capire il flauto, un po’ alla Jethro Tull, ma il sax non è mai stato molto utilizzato» e lui mi ha risposto «Apposta per questo». E invece devo dire che quando arriva la parte più veloce in sette ottavi il sax è fondamentale. Questo perché come ti dicevo la caratteristica del progetto è stata proprio quella di accogliere gli input di tutte le persone coinvolte.

[WS] Del resto a volte le idee più interessanti arrivano proprio da chi non è del settore…
[DP] Certo, perché si ha un modo di pensare meno da “addetto ai lavori”, e si fanno cose che uno normalmente non farebbe mai. Tornando ai vari musicisti coinvolti, c’è anche Alessandro Corsi (ex Balletto di Bronzo, ora nei Capolinea) al basso, per non parlare di Gianni Leone. E poi Nicola Di Staso, chitarrista con cui ho condiviso tantissimi progetti, fin dagli anni 80. Tutti sono stati veramente disponibilissimi.

[WS] Avete registrato separatamente o insieme?
[DP] Separatamente. I vari musicisti tra loro non si sono mai visti, questa è la cosa più straordinaria.

[WS] Come avete inserito la batteria di Francesco Isola?
[DP] Per la batteria c’era una prima stesura elettronica programmata da me, comunque ben definita, su cui poi abbiamo registrato la batteria acustica.

[WS] Quanto tempo c’è voluto per chiudere l’intero processo, dalla registrazione della prima traccia al mix definitivo?
[DP] È stato un processo incredibilmente veloce, perché nonostante la massa di lavoro abbiamo fatto tutto in un mese. Cioè, saranno stati una ventina di giorni per registrare – ovviamente non continuativi, perché abbiamo lavorato a seconda della disponibilità dei musicisti – e poi una settimana per il missaggio.

[WS] Com’è stato lavorare con Gianni Leone?
[DP] Gianni è un personaggio che o si ama o si odia, non ci sono vie di mezzo, perché è lui stesso a non accettare le vie di mezzo, i compromessi inutili. E fa bene, perché non ne ha bisogno. È un artista veramente internazionale, è conosciutissimo in tutto il mondo. Quando Guido mi ha proposto di fargli cantare il pezzo, io ho detto «Magari, ma ti pare che lui accetta». Conoscendo il suo carattere mi sembrava difficile che lui, un tastierista, accettasse di cantare un brano scritto da un altro tastierista. Invece poi alla fine il pezzo gli è piaciuto, tanto che ci ha messo anche il testo e non solo l’apporto vocale. In questo modo Gianni è stato parte integrante del brano, l’ha vestito in maniera tutta sua: se non ci fosse stato lui sarebbe stato sicuramente un brano diverso.

[WS] Ti confesso che quando l’ho ascoltato per la prima volta ho pensato che poteva essere benissimo un nuovo pezzo del Balletto di Bronzo
[DP] Beh, magari… questo mi fa onore.

[WS] Credo che La follia che diventa realtà possa dare una buona indicazione di come si possa fare del prog “moderno”…
[DP] Io spero di continuare con questo progetto e fare qualcos’altro. Purtroppo a volte entri nei canali sbagliati della musica… la musica è un veicolo di emozioni, non può essere commercializzata come viene commercializzato il sapone. Non bisogna stare li a dire «Sì però sai, l’inciso non funziona, arriva troppo tardi. Ma quanto dura? Cinque minuti e mezzo è troppo…». Sinfonia per me vuol dire finalmente fregarsene e fare la musica per la musica, cioè funzionale al suo scopo che è quello di creare dei ricordi, e di riportarli in vita quando successivamente viene riascoltata.





Davide Pistoni sul palco durante il concerto di Gazebo (foto Paolo Carnelli)


[WS] Entrando un po’nel dettaglio tecnico del brano, come è nata la parte melodica del cantato? È stata scritta da te o da Gianni?
[DP] Gianni ha inserito le parole su una metrica già definita. Anche per questo mi è sembrato strano che avesse accettato una cosa del genere; invece ha abbracciato subito il progetto, gli è piaciuto. Poi ha sentito la sequenza di piano e mi ha detto «L’hai fatta con il sequencer». E io gliel’ho risuonata lì davanti, con Guido che rideva sornione da gatto soriano quale è. Lì con Gianni già ho acquistato un po’ di punti, e mi ha fatto molto piacere perché avere la stima di Gianni per me era importante.

[WS] Nella seconda parte del brano ci sono i vocalizzi di Gianni, chi ha avuto l’idea?
[DP] L’abbiamo avuta insieme, nel senso che quella parte melodica l’avevo già registrata con le tastiere, e Gianni ha proposto di doppiarla con la voce. Poi c’è anche il pezzo parlato/sussurrato, e qui c’è una altro piccolo segreto. Gli ho fatto dire delle cose strampalate, e poi le ho rivoltate e velocizzate, un po’ quello che si faceva nei vecchi vinili. La cosa bella è che tra le varie cose ha detto anche «C’è la barba di Guido Bellachioma». È stato divertente. E forse il segreto è proprio quello. Bisogna cercare di divertirsi un po’di più. Non si può sempre pensare solo al prodotto commerciale.

[WS] L’effetto di nastro rallentato all’inizio… è sempre l’arpeggio di synth?
[DP] Sì, bravissimo. Non ho fatto altro che editare quello. Metterlo al contrario. Dargli l’effetto nastro che torna indietro. E poi ricomincia. Voglio dirti una cosa che non si sa in giro, una chicca. Ho realizzato anche un balletto con questa musica, perché in origine questo materiale era nato come idea per realizzare un balletto. Si tratta di una versione leggermente diversa, ma sono presenti tutti e due i temi principali.

[WS] Cioè sia il giro di synth che la sequenza di piano?
[DP] Sì, in pratica il brano comincia alla stessa maniera, poi però si sviluppa diversamente, anche se le due parti rimangono.

[WS] Hai scritto il giro di synth spontaneamente o lo hai pensato a tavolino?
[DP] Spontaneamente, mettendo di getto le mani sulla tastiera. La prima volta l’ho suonato e non mi piaceva. Allora l’ho modificata e al terzo tentativo è uscito fuori così com’è ora.

[WS] La seconda parte del brano invece mi ricorda qualcosa dei VdGG…
[DP] Caspita! Il merito è da attribuire a Guido, perché io come ti dicevo il sax non l’avrei mai utilizzato… magari avrei messo una chitarra.

[WS] Come ti dicevo comunque il sound del pezzo è molto moderno, anche grazie alle ritmiche percussive…
[DP] Sai cosa? Dagli anni settanta sono passati quasi quarant’anni, non si può far finta che in tutto questo tempo non sia successo niente, perché è successo di tutto… la mappa del mondo non è più la stessa, se la vedesse uno che viene da vent’anni fa non capirebbe più niente. E la stessa cosa è accaduta anche per quanto riguarda la tecnologia: siamo arrivati al telefono e ai pc microscopici. Nella musica non si può fare finta di niente, non si può fare a meno di provare a utilizzare delle sonorità moderne: è passato del tempo, sono successe delle cose.

[WS] Come hai scelto le timbriche delle tastiere?
[DP] Io più che altro sono pianista. Mi piace moltissimo il pianoforte, però ovviamente se devo creare devo avere la libertà di poter mettere anche altre cose, altri suoni. Mi piace molto programmare i timbri, non uso mai i preset… ecco perché quando uscì fuori la DX7 non l’ho mai voluta: era difficile da programmare, solo quelli che l’avevano costruita ci riuscivano. La mia forza è cercare di avere delle sonorità che siano mie e di nessun altro. C’è sempre un lavoro di ingegneria sonora, se vogliamo chiamarla così.

[WS] Che strumentazione utilizzi?
[DP] Ho diversi set, a seconda della situazione. Per esempio per il gospel ho solo il piano. Ho tanti pianoforti digitali: ho uno Yamaha, un Roland, un Korg… con Gazebo mi sono portato un Casio Privia, perché ha un suono brillante, che è proprio quello che serve per lo stile di Gazebo, un pianoforte compresso. Poi ho una Yamaha SY77, gloriosissima, con cui ho fatto anche il tour con Baglioni. E la Triton della Korg. Stasera ho portato anche il Mac Power Book C4 perché ci sono delle esigenze di sincronizzazione video oltre che di sequenze musicali.

[WS] Utilizzi spesso gli strumenti virtuali?
[DP] Li uso in studio, per la programmazione, mentre per il live preferisco utilizzare i suoni che ho creato io stesso con le mie tastiere. Appartengo ancora alla vecchia generazione che va a smanettare i vca.

[WS] Qual è il tuo rapporto con la musica prog?
[DP] Devo dire che sono stato fortunato, perché quando ero bambino fra Emerson Lake e Palmer, Genesis, Yes e tutto il resto che c’era intorno, Gentle Giant, ce n’era di bella roba da ascoltare, il periodo era proprio giusto. Spesso suono con Rodolfo Maltese del Banco, siamo amici. Grazie a questi artisti veramente mi si è aperto un altro mondo. Ricordo che studiavo le parti di Rick Wakeman e dicevo «Porca miseria, quant’è difficile…». Forse se avessi adesso i 14 anni che avevo allora, suonerei delle cose molto più semplici.

[WS] A un certo punto però c’è stato un grosso cambiamento, diciamo a metà degli anni 70…
[DP] È vero. Secondo me è dipeso dal solito problema della commercializzazione. Commercializzare una forma d’arte è come mettere una farfalla con uno spillo attaccata a un quadro perché la vuoi vedere: nel momento stesso che le hai messo lo spillo è morta.

[WS] Eppure all’inizio degli anni 70 in testa alle classifiche c’erano proprio quei gruppi che nominavi prima…
[DP] Perché all’epoca grazie a Dio c’erano ancora i dischi, e la gente se voleva ascoltare una cosa la doveva comprare… adesso basta che fai una ricerca in rete e trovi 781 versioni dello stesso brano da scaricare. «Quale vuoi? Quella che pesa di meno… ecco, questa». È giusto che la musica sia di tutti, siamo d’accordo, però anche questa per noi autori è un’altra mazzata. Ormai pubblicare un cd è una cosa fine a se stessa: lo fai e poi? Te lo dai sui denti. Quello che ha rovinato tutto, specialmente in Italia, sono stati i produttori. C’è stato un periodo, senza fare nomi, in cui hanno preso un direttore commerciale da una ditta di prodotti per la casa e l’hanno messo a direzione di una grande major discografica italiana. Mi dici come puoi applicare le leggi di mercato dei detersivi a una cosa artistica?

[WS] Forse non riuscendo più a vendere dischi, le case discografiche torneranno a privilegiare il momento live, i concerti, come veicolo promozionale…
[DP] Infatti se prima facevo molti turni in studio, sia come arrangiatore che come pianista, adesso faccio pochissimi turni ma più concerti, segno che la tendenza che tu ipotizzavi probabilmente si sta già verificando. Trovarsi di fronte l’artista che suona è sempre una cosa emozionante, poi magari quando torni a casa ti senti il disco.

(grazie a Guido Bellachioma e a Daniela Bellora)

Paolo Carnelli


Per maggiori informazioni:
www.myspace.com/davidepistoni