VERONA PROG FEST - 25/28 maggio 2006 - Lugagnano di Sona


L’inizio degli anni settanta è stato indubbiamente caratterizzato dai grandi festival prog: prati e prati di ragazzi, di giovani, accampati uno sull’altro, grandi macchie di colore in movimento; uomini e donne decisi a condividere, sotto l’occhio critico dell’Osservatore Romano, un’esperienza che spesso andava al di là del semplice concerto rock. Sul palco, i grandi interpreti di una stagione troppo breve si sfidavano con la loro musica: Banco, Osanna, Delirium, Trip… molti dei gruppi più famosi sono nati proprio dall’incontro, dietro le quinte di palcoscenici tirati su alla buona, di musicisti destinati a scrivere pagine importanti della storia del rock italiano. Poco importava se si vociferava di ingerenze da parte delle case discografiche o di consensi pilotati: l’idea di una musica libera non temeva confronto.

Arrivando al Circolo Tennistico di Lugagnano, pochi chilometri fuori Verona, si avverte tutto il peso di più di trent’anni di storia. Anzi, quei trent’anni sembrano essere diventati anni luce. Al posto del prato di Villa Pamphili, o del Parco Lambro, una tensostruttura bianca, lucida, avvolta in una lussuosa moquette azzurra che conduce alle circa cinquecento sedie, rigorosamente numerate, e al palco, grande, spazioso su cui troveranno posto i musicisti. L’ingresso nella tenda è regimentato da un pannello frontale che produce una biforcazione, atta a dividere chi è già provvisto del biglietto da chi deve invece ancora acquistarlo. Ci sono le casse dove vengono distribuiti i bigliettini per le consumazioni, e un’apertura sulla destra conduce a una serie di panche e tavoli di legno, e poi al bancone dove viene distribuito il cibo: panini, risotto, patatine fritte, birra, vino. Alzando lo sguardo all’interno del pallone, non si può fare a meno di notare dei grandi drappi, di varia grandezza, che pendono dal soffitto con lo scopo di migliorare l’acustica della struttura. Sembra quasi di essere capitati in un auditorium per musica classica.

Tony Pagliuca sul palco del Verona Prog Fest

Malgrado manchino solo poche ore alla prima serata del Festival, l’attività è febbrile. Lo sforzo di tutti è indirizzato a permettere a chi sarà presente di ascoltare musica e stare insieme nella maniera più confortevole e gratificante possibile. Ed è proprio nell’attenzione e nel rispetto per il pubblico, per il popolo del prog, che è possibile ritrovare non solo un legame, ma forse addirittura un rafforzamento della tradizione dei Festival storici. Quel legame è nella voce di Giamprimo Zorzan, instancabile, con il suo telefonino sempre all’orecchio, sempre in prima linea per cercare di risolvere qualsiasi tipo di problema. Giamprimo è un imprenditore veronese appassionato di buona musica. Negli anni scorsi nella tensostruttura di Lugagnano ha organizzato un Festival Blues che ora si è trasformato in un Festival Prog, probabilmente grazie anche all’assidua frequentazione e amicizia con personaggi come Tony Pagliuca, Tolo Marton e Aldo Tagliapietra. Giamprimo ha infatti creato in questi anni uno spazio, un piccolo locale denominato Il Giardino, in cui Tony, Tolo e Aldo si sono esibiti più volte. Ma il legame con il passato è anche nel cuore di Graziano, il driver che si occupa di accompagnare in albergo gli artisti, e che gira sempre con un album sotto braccio, un album fotografico in cui sono conservati gli scatti che lo ritraggono insieme al padre di Jimi Hendrix, o con Carlos Santana, o con Peter Hammill. Il legame con il passato è nella passione di tutte le persone che hanno sacrificato tempo ed energie per mettere gli ospiti nella condizione di godersi lo spettacolo: mogli, figli, amici. Sotto la tenda di Lugagnano non batte il cuore dei manager che investono solo in produzioni faraoniche e di sicuro ritorno economico, ma quello di uomini che vogliono stare bene insieme ad altri uomini, con lo stesso spirito libero di un tempo.

La prima serata – 25 maggio
DFA + Tony Pagliuca & friends

Nella presentazione del Festival scritta da Beppe Montresor, un accento importante è quello posto sul rifiuto di ogni tentazione nostalgica: «Questo Verona Prog Fest» – si legge nel programma informativo – «non sarà solo puro revival anni 70». E quale personaggio storico può incarnare meglio questo dettame se non l’ex tastierista delle Orme Tony Pagliuca? Da quando ha deciso di rimettersi in gioco, alcuni anni or sono, Tony è balzato da un progetto all’altro con una fluidità e un eclettismo impressionanti: l’abbiamo ascoltato suonare i Quadri di un’esposizione in chiave jazz a Venezia, poi reinterpetare dal vivo Collage, vero album simbolo del prog italiano, con l’aiuto del sassofonista dei VDGG David Jackson. L’abbiamo visto con i Malaviaa, ma anche da solo, nelle piazze del sud Italia, e poi con una piccola orchestra a Pescara, far rivivere la sensibilità acustica delle Orme di Florian. Per l’appuntamento di Verona, Tony Pagliuca ha deciso di stupire di nuovo, riunendo sul palco un quartetto, poi diventato quintetto, poi trasformatosi in vera e propria big band di nove elementi. Con lui ci sono nomi vecchi e nuovi: il maestro della sei corde Tolo Marton, il sassofono immancabile di Jackson, le percussioni variegate di Leo Di Angilla, la sorpresa Nic Potter, bassista dei primi album dei Van der Graaf e da tempo assente dalle scene. Ma non finisce qui: completano la line up tre cantanti - Pier Didoni, Marco Olivotto e Agarthi – ognuno responsabile di una parte del repertorio proposto, e la batteria potente di Andrea De Marchi.

Pagliuca gestisce l’organico a sua disposizione costruendo un percorso che sa di spettacolo teatrale: dall’apertura per voce sola, splendida, del giovane Agarthi, si prosegue in crescendo attraverso una serie di duetti e terzetti, tra cui spicca quello completamente improvvisato tra il pianoforte di Pagliuca e il sax di Jackson. Ogni musicista ha così la possibilità di presentarsi al pubblico con la sua individualità, prima di tuffarsi nella condivisione bandistica che arriverà con le canzoni più canoniche. C’è dunque il Gioco di Bimba per piano solo di Tony, poi Alpine Valley di Marton, seguita da una rischiosa e problematica reinterpretazione di Aliante, con il flauto di Jackson a duettare con il piano e le percussioni di Di Angilla. Ancora: Jackson si fa sostenere dal dijeridoo per intonare la sua Foggy Foggy Dew, per poi riabbracciare Pagliuca in una sentita We Go Now, parte conclusiva della celebre suite A Plague of Lighthouse Keepers. È una girandola di incontri ed emozioni, che il pubblico segue con grande attenzione e concentrazione. Agarthi fornisce una vibrante interpretazione di Breve Immagine, prima che l’ingresso del batterista Andrea De Marchi sancisca l’approdo alla seconda parte del concerto, quella dedicata al repertorio “tradizionale”. Il microfono passa nelle mani di Pier Didoni, vero e proprio clone di Tagliapietra, per Amico di ieri (che può finalmente avvalersi della chitarra e dell’armonica di Marton), Sguardo verso il cielo, Canzone d’Amore, Los Angeles. La parentesi ormistica si chiude tra l’entusiasmo generale e lascia il posto a quella vandergraffiana. Marco Olivotto alla voce e Nic Potter al basso evocano il Generatore con un trittico eseguito a pieno organico: Darkness, Theme One e Killer, in versoni più libere e spontanee di quella offerte dagli stessi VDGG durante il reunion tour dello scorso anno, rappresentano il culmine di una serata che ha avuto il pregio di procedere sempre in crescendo fino all’esplosione finale.

Tolo Marton, Nic Potter e David Jackson sul palco del Verona Prog Fest

Qualche riga la meritano anche i DFA, band scaligera con all’attivo due album in studio e un live registrato in America, al Nearfest. L’amico Leonardo Pavkovic, attuale manager di Soft Machine e Hatfield and the North, aveva già avuto modo di spendere parole di elogio per la proposta dei quattro ragazzi veronesi sulle pagine di WS: «Quando andai al Nearfest non avevo la minima idea di chi fossero, li avevo solo sentiti nominare… ma dopo i primi 60 secondi di Escher mi sono reso conto che avevo davanti un grande gruppo. Tutto il concerto è stata una cosa straordinaria, uno dei migliori concerti che abbia visto da quando sono negli Stati Uniti». Anche a Verona i DFA sono stati all’altezza della situazione: nonostante un soundcheck appena accennato, Alberto Bonomi (tastiere), Luca Baldassarri (basso), Alberto De Grandis (batteria) e Silvio Minella (chitarre) hanno conquistato il pubblico con la loro miscela di prog e jazz rock dinamico e rigoroso. In attesa del nuovo disco (di cui è stato presentato in anteprima un estratto) un bel ritorno live assolutamente in tema con lo spirito della serata.

Paolo Carnelli


Link:

Club il Giardino - http://www.clubilgiardino.org
Tony Pagliuca - http://www.tonypagliuca.com
David Jackson - http://www.jaxontonewall.com
Nic Potter - http://www.nicpotter.com
Tolo Marton - http://www.tolomarton.com
Leo Di Angilla - http://www.congaplace.com/musician/leo/index.php