FORGIATORI DI CHIAVI E NUOVE FAVOLE
Intervista con Bruno Rubino e Pierluigi Cavarra
a cura di Paolo Carnelli e Gaetano Menna

Con il loro dark rock fortemente caratterizzato dall'attenzione per la medioevalità e per il fantastico, i siciliani Fiaba rappresentano da più di dieci anni un unicum non solo nella scena musicale italiana ma in quella mondiale. La chiave della loro proposta sta nel "costruire un medioevo immaginario con degli strumenti inimmaginabili nel medioevo", affidandosi alla forte presenza scenica del cantastorie Giuseppe Brancato e al rigore musicale di una formazione a cinque (voce, due chitarre, basso, batteria) incentrata sulla fantasia ritmica e autorale della mente del gruppo, il batterista e polistrumentista Bruno Rubino. Abbiamo incontrato Rubino e il nuovo manager dei Fiaba, Pierluigi Cavarra, proprio alla vigilia di una mini tournée che li porterà per la prima volta a Roma.

[Wonderous Stories] Lo spunto da cui prendono forma le storie dei Fiaba, il retroterra letterario, non è quello tipicamente anglosassone ma sembra più vicino alla tradizione italiana… quali sono le letture di riferimento che alimentano il progetto?
[Bruno Rubino] Quando dico quello che adesso dirò di solito non mi crede nessuno: io non leggo storie o racconti. Le uniche cose che mi servono per documentarmi prima di scrivere un pezzo sono dei libri, dei trattati, che parlano del mondo elfico. Uno di questi è Il piccolo popolo di Dario Spada, e l’ho utilizzato perché penso che se devi fare narrativa è una cosa carina avere un minimo di filologia di base. Quindi se io ti parlo dello gnomo, o del fauno, o del crocchiaossa, queste sono tutte creature che appartengono a questo tipo di letteratura e che hanno delle proprie dinamiche.

[WS] Dunque potremmo dire che la tradizione che sottende i brani è una tradizione tua?
[BR] Io credo di fare, più che un’operazione trovatorica all’esterno di me, un qualcosa che si alimenta a livello interiore, perché sono convinto che i veri archetipi, che poi sono quelli che hanno formato la cultura dei popoli, sono tutti scritti dentro di noi. Per questo è impossibile fare una cosa originale, e neanche ci interessa, perché non siamo alla ricerca di una cosa originale in quanto nessuno l’ha mai fatta ma alla ricerca di una cosa originale in quanto sta all’origine. Se ad esempio giri un film fantasy, o scrivi un brano prog, tu cerchi di riprendere quei miti lì, che comunque appartengono a tutti, cerchi di recuperare questo filo… io ho cercato delle cose che erano presenti dentro di me e poi ho cercato i riflessi che queste cose avevano verso quello che c’è all’esterno. Se tu prendi Pinocchio, gli puoi dare tutte le chiavi di lettura che vuoi, ma alla base ci sono tutti i miti celtici degli alberi Tunar, i Coboldi scavati nel legno… magari Collodi tutto questo non lo sapeva, ma dentro di noi c’è tutto questo.

[WS] Che rapporto c’è nei brani dei Fiaba tra testo e musica?
[BR] Secondo me la musica pura è la musica strumentale, così come il cinema puro è il cinema muto. La canzone è un’altra forma d’arte, bellissima, che a me piace molto e che da musicista chiaramente mi attira più della musica pura. Secondo me musica e testo sono due vettori che devono dare una terza risultante; puoi anche fare degli esperimenti, ad esempio prendere un pezzo teatrale o poetico e recitarlo sulla musica, però la canzone è un altro discorso. La canzone nasce quando il testo e la melodia sono una cosa automatica, quando nasce assieme il testo con la musica. Purtroppo oggi il testo è spesso semplicemente un modo per giustificare che ci sia un cantante che esegue un cantato, perché va di moda che ci sia un cantante. Secondo me sarebbe più dignitoso che i gruppi che non amano la canzone in quanto connubio tra testo e musica cercassero di eseguire o dei pezzi con delle linee vocali senza testo, oppure che eliminassero del tutto il cantante. Tornando alla tua domanda, penso che quando tu cerchi di fare un’opera, alla fine devi rispettare l’idea da cui tutto è partito cioè l’idea concettuale, che potrebbe essere anche semplicemente il titolo. Per esempio in Angelica e il folletto del salice l’unica sensazione che avevo era questo rapporto fragile e misterioso tra una ragazzina e una creatura sottile; avevo quella sensazione li e avevo in mente il titolo. Così ho cercato musicalmente di ricreare quelle sensazioni attraverso un’atmosfera che richiamasse quella sensazione lì. Cioè secondo me un’opera si compone dalla fine, come la barzelletta: hai l’epilogo e devi cercare tutto il resto.

[WS] Cosa speri che provochino le tue canzoni in chi le ascolta? Una presa di coscienza, un desiderio di esplorare mondi diversi, di fantasticare?
[BR] Secondo me un artista è un forgiatore di chiavi. Se tu riesci ad attivare delle cose con una canzone che ho fatto io, sai solamente come utilizzare una chiave per aprire una porta che hai dentro di te e dietro la quale c’è una cosa tua. Cioè è come se io accendessi un interruttore. La luce non è nell’opera, l’opera è una cosa statica che non ha nulla di per sé. L’artista si limita a fare una chiave e questo ti spiega perché poi alcuni la usano male, altri come diciamo noi “sparano” delle serrature, altri aprono delle porte dove ci sono delle cose che li spaventano o non hanno il coraggio di vedere delle parti di loro stessi che comunque temono. Io con le mie canzoni ho fatto anche un’operazione catartica, cercando di esorcizzare le mie paure, andando incontro a quelle parti che temevo di me stesso che mi turbavano nell’infanzia. Ad esempio da piccolo ero terrorizzato dal la figura del giullare… quando poi ho visto il film Labirinth ho pensato che c’era qualcosa in tutto questo mondo che mi apparteneva e che io rifiutavo semplicemente perché mi avevano insegnato ad avere paura di tutto questo, cioè del crepuscolare, del buio, dell’umbratile, dell’autunnale e in effetti sono parti di noi che non riconosciamo. Io invece di fuggire queste cose mi ci sono buttato dentro. E allora scopri tutta una serie di policromie, di cose nuove… In pratica questo spiega come mai alcune persone ascoltano un brano che a noi fa accapponare la pelle e a loro o non da assolutamente niente o dà addirittura fastidio, oppure li spaventa. Deve esistere comunque un background, una cultura della toppa e della chiave per fare questo: e comunque non è detto che tutti vogliano aprire qualche cosa. Magari qualcuno vuole semplicemente aprire una porta che è già aperta perché… vuole essere confortato dal fatto che dietro alla porta c’è sempre quello che già conosce.

[WS] Perciò quando scrivi più che basarti su delle storie conosciute ti basi su degli archetipi, ovvero delle sensazioni che stanno alla base del rapporto tra le persone e alla fondazione della vita?
[BR] C’è l’uno e l’altro. A scuola ad esempio ci facevano studiare una fiaba, che poi ho scoperto essere dei fratelli Grimm, che era quella del Pifferaio di Hamelin. Quando io ho visto questo disegno del pifferaio che conduce via i topi e li fa affogare, io non è che ho pensato "questo ha liberato la città", io ho detto "poveri topi". Sarà che il topo mi ha fatto sempre simpatia, forse grazie a Pippi Calzelunghe che fra i suoi animaletti aveva anche il topolino, e l’ho visto sempre come un essere fragile e mite, non l’ho visto mai come un pericolo che dà repulsione. Allora ho scritto Il signore dei topi, che è come io avrei voluto che fosse questa fiaba. La domanda che mi faccio è: perché io vedo un’immagine e questa immagine dentro di me ha una risonanza particolare, senza che io conosca quella storia? In questo caso c’è uno scarto fra l’immagine e quello che c’è dentro di me, e a me interessa prendere questo scarto, metterlo in mezzo e vedere cosa succede.

[WS] Mi piace molto l’elogio della diversità che emerge dai vostri pezzi, penso ad esempio alla riflessione malinconica e controcorrente di Hanno ammazzato il drago
[BR] Questo è il classico esempio che conferma il discorso che ho fatto prima. È una cosa talmente radicata nelle cose che faccio io che me l’hai ricordata tu, perché le cose le faccio d’istinto. È anche vero che c’è sempre il rovescio della medaglia nelle situazioni e quindi è anche bello fare il contraltare, come allo stesso modo mi piace anche demolire certe cose. Quando tu dissacri qualcosa la rendi vera, per esempio gli arabi sostengono che chi bestemmia è in realtà un credente.

[WS] Ho visto uno gnomo con i suoi tre secondi di durata sembra invece quasi uno scherzo…
[BR] E non dimenticarti che poi c’è Ho visto uno gnomo pt. II che dice “L’ho visto di nuovo”… Chiaramente c’è un po’ un gioco in questa cosa, però è anche vero che se tu hai bisogno di una suite di 15 minuti per raccontare il passaggio puberale di una bambina vissuto in un sogno, puoi avere bisogno di tre secondi per esprimere un’altra cosa. Credo che quella burlesca sia una delle componenti principali dei Fiaba.






[WS] Riscoperta dell’autunno, video crepuscolari, atmosfere dark… Ma dall’altro lato il cantante a tratti sembra un po’ lo Spitaleri dei Metamorfosi, o il Di Giacomo del Banco con la sua maniera di cantare classica, da cantastorie… che tipo di rapporto avete con la musica degli anni ’70?
[BR] Noi proveniamo dal metal, perché quando eravamo ragazzini c’erano gli Iron Maiden col discorso dell’epic, i Fates Warning, i Watchtower… Avevamo effettivamente un credo, facevamo quelle cose lì. Però c’era anche Spazio libero con il pezzo del Banco e cose di questo genere, oppure in qualsiasi documentario di Jack Cousteau c’era Shine on you Crazy Diamond e uno non sapeva neanche cosa fosse. Ci sono delle cose che ti rimangono come m’è rimasto il sogno delle Mille e una notte di Pasolini o l’Edipo re che ho visto da bambino. Però la nostra estrazione musicale è proprio heavy metal, ci siamo arrivati da quel lato lì. Il fatto è che quando si cerca di sperimentare si finisce inevitabilmente per approdare in un territorio comune. Se noi facessimo cantare Brancato in inglese, e mettessimo il flauto al posto delle frasi di chitarra, sembreremmo i Jethro Tull. Ci sono dei suoni, dei territori, nei quali approdiamo che sono uguali per tutti, perché sono quelli, poi tu che ascolti lo vedi da un tuo punto di vista. Io per esempio i Metamorfosi non li conosco, non so neanche chi siano. Mi è capitato di ascoltare delle cose tipo Octopus dei Gentle Giant, oppure Songs from the Wood dei Jethro Tull, e ritrovare delle frasi, delle soluzioni identiche a cose che avevo composto io. Allora stavo facendo l’errore di togliere queste parti per cercare l’originalità a tutti i costi, che a questo livello non è migliore del virtuosismo fine a se stesso. Cioè se io vedo la stessa cosa tua è perché quella cosa c’è, solo che io ci sono arrivato dal mio punto di partenza.

[WS] Non ho potuto fare a meno di notare la mancanza delle tastiere nella line up del vostro gruppo, nonostante le atmosfere dei brani richiamino spesso il suono di strumenti come il clavicembalo o il violino. È una scelta consapevole?
[BR] È una scelta fatta a tavolino, ponderata, proprio perché noi realmente come sound non siamo un gruppo prog, a prescindere dal fatto che mi piacerebbe un giorno fare un disco con un’orchestra. Poi c’è un altro fatto: non voglio essere polemico, però penso che qualsiasi gruppo potrebbe scrivere una canzone dei Fiaba, ma fare un intero repertorio è un’altra cosa. Mi spiego: se hai un ensemble nutrito con molti strumenti e cambi di volta in volta la tua faccia, è molto facile riciclarti. Prendi invece tre jazzisti che devono incidere quattro o cinque dischi senza il supporto di altri strumenti: li non puoi bluffare; o stai veramente facendo qualcosa che abbia un contenuto, oppure dopo il secondo brano del primo disco prendi il disco e lo butti dalla finestra ed è giusto che sia così. Io stimavo molto gruppi come gli Iron Maiden proprio perché avevano questa sorta di purismo rock… come vedi noi non usiamo sintetizzatori, non usiamo campioni, perché siamo convinti che esiste un modo di fare musica fedele a un certo tipo di purismo musicale. Noi con i nostri quattro strumenti dobbiamo essere in grado di fare un pezzo che dia nuove sensazioni. Io adoro l’oboe, se potessi rinascere farei il violoncellista. L’arpa celtica mi fa andare fuori di testa…. gli strumenti che si usano nella musica classica sono così belli che tu puoi fare suonare quello strumento da solo. Il nostro gioco invece è quello di costruire un medioevo immaginario con degli strumenti inimmaginabili nel medioevo. Molti ci prendevano in giro e ci dicevano: ma tu prima di parlare di medioevo cos’hai nel tuo gruppo? Cosa suoni, la ghironda? E io gli dicevo, guarda che nel medioevo non c’era l’unicorno, non c’era il drago, non c’era il folletto. Secondo me puoi fare heavy metal col violino e puoi fare musica classica con la chitarra elettrica. Penso che il modo improprio di usare gli strumenti sia la cosa più interessante.

[WS] Musicalmente i Fiaba sembrano puntare più sul collettivo che sulle virtù dei solisti…
[BR] Cerchiamo di metterci dopo l’opera; è una scelta nostra. L’opera dev’essere più importante di chi la fa. Ad esempio pur suonando heavy metal ho capito subito che mi davano fastidio le rullate gratuite della batteria o gli assoli fatti tanto per fare esprimere il chitarrista.

[WS] La figura di Brancato, del cantastorie, è comunque una figura centrale e prominente nella proposta dei Fiaba…
[BR] Indubbiamente. Noi immaginiamo che Brancato da bambino sia stato rapito dalle fate e poi sia ritornato nel nostro mondo per raccontarci quelle follie, e al tempo stesso dice: “Si stava meglio dall’altra parte, perché là c’erano delle leggi assurde ma esisteva un certo tipo di valore umano, di purezza, che qui non riesco a trovare”. La cosa che mi piace di più dell’interpretazione di Brancato è la sua naturalezza, come quando racconta: “C’era un folletto che passava di là e allora io poi sono andato da questa parte…” e tu ti chiedi “E che c’entra il folletto?” “Beh, tu lì vedi che passa una persona, là invece sta passando un folletto”...

[WS] Come si è evoluta la line up dei Fiaba nel corso degli anni?
[BR] Come componenti fissi negli anni siamo rimasti solo io e il cantante Giuseppe Brancato, però adesso abbiamo finalmente una line up stabile. La cosa tragico spettacolare che è successa è che abbiamo sperimentato la sensazione di andare avanti nel tempo e poi tornare indietro. Mi spiego: all’inizio abbiamo suonato con delle persone che si prestavano a fare questa cosa con noi. Nel frattempo pubblicando gli album abbiamo conosciuto dei ragazzi, dei fan che hanno imparato a suonare i pezzi e alla fine sono entrati nel gruppo. Praticamente abbiamo creato i Fiaba prima che ci fossero.

[WS] Lo sgabello del rospo rappresenta indubbiamente un episodio particolare nella discografia dei Fiaba...
[BR] Mi sono divertito a fare Lo sgabello del rospo ma il vero sound dei Fiaba è quello de L’appiccato. Con Lo sgabello del rospo ho pensato: divertiamoci un pochettino di più suonando e facciamo una cosa che sia bella da ascoltare. Lo sgabello del rospo è una nostra divagazione, anche se a molti è piaciuto più degli altri dischi. Loris Furlan della Lizard è stato un grande amico, è stato l’unico rispetto a tutti quelli che s’erano impegnati a produrre questo disco che è poi è andato fino in fondo, perché non ci credeva nessuno. Molti mi dicevano: “Hai fatto un lavoro raffinatissimo e troppo bello, però non rientra nel nostro programma”. All’inizio ingenuamente pensi che un’etichetta abbia tutto l’interesse a veicolare e vendere il tuo prodotto, poi ti rendi conto che spesso vai semplicemente a fare numero in un pacchetto di dischi dove ci sono le ristampe dei grossi nomi, e poi qualcuno per incidenza può trovare il tuo disco. Io fino ad oggi, fino all’avvento della PC Film, potrei dirti che i nostri dischi è come se non fossero mai usciti.



[WS] Magari internet in questo senso può ora darvi una mano a diffondere la vostra musica…
[BR] Sono d’accordissimo. Ma ora sono proprio tutte le tecnologie a costare molto meno. All’epoca siamo arrivati a pubblicare il nostro primo disco, L’appiccato, che fare un cd era un traguardo: un glass master costava 750 mila lire, andavano via 6 milioni per stampare 1000 copie ed era una cosa che senza un’etichetta non si poteva fare. Ora invece dei ragazzi che vogliono fare musica, con due euro hanno un bel programma, si fanno il loro disco si fanno le copie a casa col masterizzatore e lo inviano in giro, e questa è una cosa ottima per tutti.

[WS] Parliamo un po’ del vostro logo, il cappello a tre punte: sembra rimandare anche al simbolo della Sicilia, la trinacria…
[BR] Come a suffragare le teorie dei fili conduttori di cui parlavo prima: quando ho fatto la stilizzazione del cappello a tre punte in effetti senza volerlo ho creato una trinacria, che probabilmente conoscevo a livello inconscio. Quello che poi ho scoperto in seguito è che l’immagine richiama anche quella della svastica celtica, simbolo della rotazione del sole da est a ovest, che è l’opposto di quella nazista. Ho così scoperto che ci sono due tipi di svastiche, una positiva e una negativa. In più qualcuno mi ha fatto notare che queste tre punte formano tre lune calanti, che è una cosa molto che si adatta bene alla nostra musica, come a rappresentare l’idea di un giullare crepuscolare.

[WS] Quali sono i vostri progetti futuri? Dal libretto de I racconti del giullare cantore si intuisce che la vostra prossima uscita sarà il cd single Il lustrastelle
[BR] Esattamente, il pezzo è in lavorazione, chiaramente con il video annesso, ma non abbiamo urgenza di finirlo. La canzone l’ho scritta proprio recentemente, quando ormai stavamo missando l’album. Poi se dipendesse da me pubblicherei solamente singoli con il video del singolo annesso, perché secondo me ogni canzone deve reggersi da sola. I dischi sono solo raccolte, anzi io non farei neanche i dischi: sarebbe molto bello suonare solamente dal vivo.

[WS] Inoltre avete iniziato anche a ristampare l’intero catalogo su etichetta PC Film
[BR] Sì, stiamo cercando di prendere in mano un po’ tutta la nostra produzione per non perdere questo sogno, questo progetto. La cosa è stata possibile perché sono cessati i contratti precedenti e i diritti sono stati riacquisiti dalla ditta di prodotti video PC film, di Pierluigi Cavarra, che per l’occasione si è reinventata ditta audiovisiva.

[WS] Come è nata la collaborazione tra i Fiaba e la PC Film?
[Pierluigi Cavarra] È nata perché, devo dirlo onestamente, sono stato il fan numero uno del gruppo: conosco i brani dei Fiaba ancora prima che nascessero i Fiaba, quando Bruno li suonava a casa con la chitarra. Il primo lavoro che abbiamo fatto insieme è stato il DVD I sogni di Marzia, realizzando il video dell’omonimo brano tratto dal primo album dei Fiaba. Da quel momento si è creata questa sinergia ed è nata l’idea di fare un po’ tutto insieme, anche per quanto riguarda la parte audio.
[BR] Per noi è un divertimento girare i video dei nostri pezzi, perché amiamo il cinema, ma la musica deve comunque reggersi da sola. Il cinema è un terreno nuovo da esplorare, che è bellissimo. A un certo punto la musica sta diventando quasi una scusa per giocare con il cinema… la fortuna è che siamo prodotti da un’etichetta video.

(grazie a Carlo Cattani e Daniela Bellora)

Paolo Carnelli

Discografia: XII L'appiccato (1994), Il cappello ha tre punte (1996), Lo sgabello del rospo (2001), I sogni di Marzia (2004, mini cd & DVD), I racconti del giullare cantore (2005)

Per maggiori informazioni:
www.fiabaweb.com