A un anno di distanza dall’omonimo debut album, accolto
con grande favore dalla critica musicale, i Saint Just di Tony
Verde e Jenny Sorrenti si ritrovano in una
casa sul lago di Bracciano, vicino Roma, per comporre e provare i
brani che faranno parte del nuovo album. La casa, ben visibile anche
nella copertina del disco, era stata affittata per il gruppo dalla
EMI, che evidentemente credeva molto in questo progetto. “In
breve tempo - ricorda Jenny - la casa divenne una sorta di ritrovo,
un laboratorio in cui trovavano accoglienza giornalisti, produttori
e strumentisti italiani e stranieri. In particolare diversi musicisti
inglesi venivano a trovarci la sera, quando ci riunivamo davanti al
grande camino per provare i nuovi brani. Io penso che La casa
del lago sia stato il primo esperimento in Italia di progetto
musicale in cui si suonava e si aveva contatti con artisti esteri,
mettendo in atto un vero e proprio scambio di culture”.
La cultura di riferimento per il gruppo era soprattutto quella West
Coast, dei Jefferson Airplane di Grace Slick
(portatori anche dell’ideale della convivenza dei musicisti
in una “comune”), cultura comunque mediata e contaminata
dai timbri e dai sapori più marcatamente progressivi che nel
'74 si erano ormai consolidati anche in Italia. Accanto, o forse sopra
a tutto questo, c’è la voce inafferrabile e vibrante
di Jenny, allora sedicenne, la cui vocazione classica, lirica, va
a mescolarsi attraverso melodie vertiginose ma rigorose alle atmosfere
quasi country delle musiche (Tristana, Nella vita un
pianto).
Rispetto al primo disco, La casa del lago suona molto
più libero e aperto, in parte grazie a un’incisione
più solare e cristallina. “Saint
Just – spiega Jenny – era indubbiamente un disco
più mentale, costruito in sala episodio dopo episodio con
l’apporto anche di personaggi di estrazione rigorosamente
classica come il pianista Mario D’Amora”.
Anche se nella casa di Bracciano il gruppo si limita a provare e
riprovare i nuovi brani senza registrarli, il passaggio in sala
di incisione avviene in maniera fluida, come una logica conseguenza
delle tante prove fatte davanti al caminetto. Anche in studio, infatti,
il frizzante cosmopolitismo musicale del gruppo/comunità
arriva all’ascoltatore con fascino immutato. Basta ascoltare
l’inizio carico di tensione di Tristana, che mano
a mano si scioglie nei vocalizzi sincopati di Jenny, o gli undici
minuti di Nella vita un pianto, con il basso pulsante di
Verde che lancia la lunga rincorsa tra gli archi e la voce. Accanto
a Jenny e Tony, all’epoca compagni anche nella vita, ci sono
tre “personaggi in cerca di autore” reclutati per l’occasione:
il batterista Fulvio Maras e i polistrumentisti
Tito Rinesi e Andrea Faccenda.
“Fulvio era in realtà un percussionista
che con noi si mise a suonare la batteria. Si accodò senza
capirci assolutamente niente, spesso sbagliava i tempi però
come persona ci piaceva. Tito Rinesi era il più chiaro: lui
aveva in mente la West Coast e nient’altro. Come si dice da
noi: era una “capa tosta”. Tito era il serio, il posato.
Quasi si impose per inserire nell’album i suoi pezzi (Viaggio
nel tempo e la scialba La terra della verità – Ndr)
che a ben vedere si staccano un po’ dagli altri brani. Andrea
Faccenda invece lo prendemmo all’ultimo momento… era
completamente fumato, non sapeva neanche cosa stavamo facendo…”
(Jenny Sorrenti). Un’altra componente essenziale della
magia dei Saint Just sono indubbiamente le liriche surreali e visionarie:
“A parte Tristana, dedicata
alla figlia di Umberto Telesco, che all’epoca
era ragazzo padre e si portava sempre dietro questa deliziosa bambina,
- spiega Jenny - il mio modo di scrivere è molto visionario.
Blake, Verlaine, Baudelaire,
Hesse erano i miei punti di riferimento. Mi interessava
il dire e il non dire, il parlare attraverso delle immagini, della
metafore, delle favole. L’atmosfera dei testi è dunque
molto sognante ma nasconde sempre una certa malinconia”.
Dopo La casa del lago i Saint Just sono impegnati in una
nutrita serie di concerti in tutta Italia, prima di sciogliersi
in concomitanza con la fine della relazione tra Jenny e Tony. Alla
base della decisione c’era in realtà soprattutto l’esigenza
da parte di Jenny Sorrenti di iniziare la sua carriera solista,
inaugurata dall’album Suspiro (1976), poi proseguita
con Jenny Sorrenti (1979) e con il recente ottimo Medieval
Zone (2001). Ma è stata soprattutto la piccola-grande
rivoluzione dei Saint Just a lasciare un segno profondo nella scena
prog italiana.
Percorsi d’ascolto
JEFFERSON AIRPLANE - Surrealistic pillow
(P.C.)
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