I genovesi Picchio Dal Pozzo possono senza dubbio essere annoverati
tra i gruppi più peculiari e singolari del pop italiano, perché
ben differenti dalle sue manifestazioni caratteristiche: essi prendono
le distanze sia dai numerosi portabandiera del rock sinfonico, sia
dagli influssi mediterranei che hanno molto toccato la scena meridionale,
sia dal prototipo della canzone melodica, così fortemente radicato
nella tradizione popolare. La band costituisce piuttosto un esempio
(più unico che raro) di ispirazione al Canterbury sound, con
ammiccamenti a Frank Zappa e alle esperienze del
movimento RIO, combinandoli in una miscela di jazz
psichedelico di grande levatura, di atmosfere pigre, di stravaganti
vocalizzi e di arrangiamenti sofisticati, il tutto condito con una
sottile ironia di fondo che sembra farsi gioco dell’austerità
e dell’eccessivo impegno della scena pop.
L’esordio del quartetto avviene con il disco omonimo in un
momento in cui il progressive - siamo nel 1976 - è nella
fase discendente della sua parabola; parlare tuttavia di formazione
quadrangolare non renderebbe giustizia ai numerosi musicisti, reclutati
nella scena ligure, che qui offrono la loro collaborazione: tra
questi Vittorio De Scalzi (fratello di Aldo), Renzo
Cochis dei J.E.T., Leonardo Lagorio e
Ciro Perrino dei Celeste. L’opera è
dedicata ad un certo “Roberto Viatti”, scherzosa “maccheronizzazione”
del nome dell’ex Soft Machine, Robert Wyatt,
e già ad un primo ascolto Picchio dal Pozzo si segnala per
le affinità con Matching Mole, Gong,
Hatfield and the North e lo stesso Wyatt di Rock
Bottom: la debita considerazione di queste somiglianze e, soprattutto,
dell’approccio alternativo del gruppo, riesce a far intuire
l’originalità del sound in maniera più adeguata
di quanto potrebbe farlo la parola scritta.
Il disco consta di due lunghe suite suddivise in otto brani (dai
titoli piuttosto bizzarri) che si succedono omogeneamente. Apre
le danze Merta, un lento impasto tra chitarra acustica,
sintetizzatore e fiati da assaporare ad occhi chiusi: un’atmosfera
quasi surreale che lascia ben presagire per i minuti a venire. Cocomelastico
è una composizione essenzialmente jazz, dove il sassofono
trova grande affiatamento con la batteria ed il piano elettrico;
di gran fascino i curiosi “gorgheggi” in stile wyattiano
e un basso che ci accompagna, quasi impercettibilmente, per tutto
lo svolgersi del brano. Seppia è una suite in tre
movimenti, caratterizzata da un inizio alla Profondo Rosso
e da un crescendo di xilofoni dissonanti, modulazioni vocali ed
effetti elettronici, interrotti al sesto minuto da una parentesi
più serena, tra melodie per flauto e suoni bucolici, che
lascia presto la scena ad una criptica cantilena infantile; termina
un gradevole motivo dai sapori fiabeschi. La conclusione del primo
lato avviene con Bofonchia ed è simboleggiata dal
“click” di un interruttore che cessa uno stravagante
e quasi fastidioso amalgama di fiati e suoni elettrici. Il lato
B è inaugurato con Napier da una serie di scherzose
improvvisazioni che non stonerebbero troppo come colonna sonora
di un cartoon; nella seconda parte del brano i toni si fanno però
indolenti ed eterei, fino a sfumare nel successivo La floricultura
di Tschincinnata, un raro episodio cantato (con testi rigorosamente
nonsense) che sfocia in un complicatissimo intreccio strumentale
in cui i musicisti sembrano duellare tra loro alla ricerca di più
spazio. La quiete dopo la tempesta arriva con La bolla:
un momento “solare” e ipnotico che si riallaccia al
brano d’apertura per la sua struttura relativamente semplice,
priva di variazioni armoniche o ritmiche; in grande evidenza il
piano elettrico e l’apporto del chitarrista Gerry
Manarolo. Chiude il disco Off, un pezzo dello
stesso tenore che vede protagonisti il flauto di Vittorio De Scalzi
e, nelle parti vocali, gli ultimi omaggi a Wyatt ed alla sua Sea
Song: arrivati a questo punto quasi non riusciamo a capacitarci
di come quaranta minuti di musica siano fluiti quasi inconsciamente
attraverso le nostre orecchie.
Quattro anni dopo, con il progressive ormai morto e sepolto, il
gruppo (con il fiatista Roberto Romani al posto
di Karaghiosoff e con il batterista Aldo
Di Marco) si sarebbe avvicinato ulteriormente al RIO degli
Herry Cow partorendo l’album Abbiamo
tutti i suoi problemi, per poi sparire dalle scene fino ai
tempi recentissimi, raccogliendo in Camere Zimmer Rooms
vecchie registrazioni del periodo 1977-80.
Percorsi d’ascolto
FRANK ZAPPA - The grand wazoo
HATFIELD AND THE NORTH - The rotter’s club
(M.D.)
|