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PICCHIO DAL POZZO
Picchio Dal Pozzo
(Grog 1976)

1. Merta 2. Cocomelastico 3. Seppia
4.
Bofonchia 5. Napier 6. La floricultura di Tschincinnata 7. La Bolla 8. Off


I genovesi Picchio Dal Pozzo possono senza dubbio essere annoverati tra i gruppi più peculiari e singolari del pop italiano, perché ben differenti dalle sue manifestazioni caratteristiche: essi prendono le distanze sia dai numerosi portabandiera del rock sinfonico, sia dagli influssi mediterranei che hanno molto toccato la scena meridionale, sia dal prototipo della canzone melodica, così fortemente radicato nella tradizione popolare. La band costituisce piuttosto un esempio (più unico che raro) di ispirazione al Canterbury sound, con ammiccamenti a Frank Zappa e alle esperienze del movimento RIO, combinandoli in una miscela di jazz psichedelico di grande levatura, di atmosfere pigre, di stravaganti vocalizzi e di arrangiamenti sofisticati, il tutto condito con una sottile ironia di fondo che sembra farsi gioco dell’austerità e dell’eccessivo impegno della scena pop.

L’esordio del quartetto avviene con il disco omonimo in un momento in cui il progressive - siamo nel 1976 - è nella fase discendente della sua parabola; parlare tuttavia di formazione quadrangolare non renderebbe giustizia ai numerosi musicisti, reclutati nella scena ligure, che qui offrono la loro collaborazione: tra questi Vittorio De Scalzi (fratello di Aldo), Renzo Cochis dei J.E.T., Leonardo Lagorio e Ciro Perrino dei Celeste. L’opera è dedicata ad un certo “Roberto Viatti”, scherzosa “maccheronizzazione” del nome dell’ex Soft Machine, Robert Wyatt, e già ad un primo ascolto Picchio dal Pozzo si segnala per le affinità con Matching Mole, Gong, Hatfield and the North e lo stesso Wyatt di Rock Bottom: la debita considerazione di queste somiglianze e, soprattutto, dell’approccio alternativo del gruppo, riesce a far intuire l’originalità del sound in maniera più adeguata di quanto potrebbe farlo la parola scritta.

Il disco consta di due lunghe suite suddivise in otto brani (dai titoli piuttosto bizzarri) che si succedono omogeneamente. Apre le danze Merta, un lento impasto tra chitarra acustica, sintetizzatore e fiati da assaporare ad occhi chiusi: un’atmosfera quasi surreale che lascia ben presagire per i minuti a venire. Cocomelastico è una composizione essenzialmente jazz, dove il sassofono trova grande affiatamento con la batteria ed il piano elettrico; di gran fascino i curiosi “gorgheggi” in stile wyattiano e un basso che ci accompagna, quasi impercettibilmente, per tutto lo svolgersi del brano. Seppia è una suite in tre movimenti, caratterizzata da un inizio alla Profondo Rosso e da un crescendo di xilofoni dissonanti, modulazioni vocali ed effetti elettronici, interrotti al sesto minuto da una parentesi più serena, tra melodie per flauto e suoni bucolici, che lascia presto la scena ad una criptica cantilena infantile; termina un gradevole motivo dai sapori fiabeschi. La conclusione del primo lato avviene con Bofonchia ed è simboleggiata dal “click” di un interruttore che cessa uno stravagante e quasi fastidioso amalgama di fiati e suoni elettrici. Il lato B è inaugurato con Napier da una serie di scherzose improvvisazioni che non stonerebbero troppo come colonna sonora di un cartoon; nella seconda parte del brano i toni si fanno però indolenti ed eterei, fino a sfumare nel successivo La floricultura di Tschincinnata, un raro episodio cantato (con testi rigorosamente nonsense) che sfocia in un complicatissimo intreccio strumentale in cui i musicisti sembrano duellare tra loro alla ricerca di più spazio. La quiete dopo la tempesta arriva con La bolla: un momento “solare” e ipnotico che si riallaccia al brano d’apertura per la sua struttura relativamente semplice, priva di variazioni armoniche o ritmiche; in grande evidenza il piano elettrico e l’apporto del chitarrista Gerry Manarolo. Chiude il disco Off, un pezzo dello stesso tenore che vede protagonisti il flauto di Vittorio De Scalzi e, nelle parti vocali, gli ultimi omaggi a Wyatt ed alla sua Sea Song: arrivati a questo punto quasi non riusciamo a capacitarci di come quaranta minuti di musica siano fluiti quasi inconsciamente attraverso le nostre orecchie.

Quattro anni dopo, con il progressive ormai morto e sepolto, il gruppo (con il fiatista Roberto Romani al posto di Karaghiosoff e con il batterista Aldo Di Marco) si sarebbe avvicinato ulteriormente al RIO degli Herry Cow partorendo l’album Abbiamo tutti i suoi problemi, per poi sparire dalle scene fino ai tempi recentissimi, raccogliendo in Camere Zimmer Rooms vecchie registrazioni del periodo 1977-80.

Percorsi d’ascolto
FRANK ZAPPA - The grand wazoo
HATFIELD AND THE NORTH - The rotter’s club

(M.D.)


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