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PHOLAS
DACTYLUS
Concerto delle menti
(Magma 1973)
1. Concerto delle menti parte
1
2. Concerto delle menti parte 2
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Genova, 1972: Meeting Pop Festival. Si presenta sul palco un gruppo
diverso dagli altri. Intanto il “cantante” non canta ma
declama: sembra più un attore di teatro che non un front man
di razza; inoltre la musica che accompagna quel flusso affabulatorio
non è “facile”: emergono improvvisazioni jazzistiche
ma anche citazioni dissonanti della musica contemporanea più
estrema. Insomma, nel cosiddetto panorama pop dell’epoca non
si era mai udito un simile “esperimento”. Li nota Vittorio
De Scalzi che, in veste di produttore della nascitura etichetta
indipendente Magma, decide di sostenerli: così quello spettacolo
(purtroppo irriproducibile sul piano visivo) viene fissato su vinile
con l’affascinante titolo di Concerto delle menti.
I testi raccontano una realtà trasfigurata con un linguaggio
surreale dove le metafore visive creano un affresco dal sapore quasi
metafisico: il prologo traghetta l’ascoltatore dalla quotidianità
più banale (il tragitto sul tram) alle sorprese inaspettate
del reale per cui un uomo si trasforma in “un mucchio di stracci
che non è altro che il nulla”. Si cita Pholas Dactylus
(nome di una specie ittica d’acqua dolce) qui trasformato in
una sorta di entità soprannaturale il cui messaggio (“non
siamo soli nell’universo”) dà la stura al racconto
allucinato del poeta. Da qui un susseguirsi di incubi (rospi con occhi
di gemme, camere vuote da cui escono funghi verdi, abissi scarlatti,
sangue viola, minuscole creature marine che ricoprono il corpo) e
visioni apocalittiche. Si tratta di liriche assai levigate dove l’attenzione
per la parola non passa in secondo piano: si scorge una profonda e
eterogenea letterarietà (dalla Bibbia alla fantascienza di
consumo; dal Surrealismo all’asse Poe-Lovercraft) ma anche il
riferimento ad argomentazioni simbolo della controcultura degli anni
Settanta.
Il loro è un “viaggio poetico e musicale nell’infinito”
che “simboleggia una ricerca di cooperazione universale, un
discorso anche ecologico. Una spinta verso la comprensione di certi
fenomeni extra-terrestri pur sempre avvolti in un alone di mistero
e di speranza…Vogliamo esprimere la nostra alienazione e quella
di tutti i giovani d’oggi attraverso la musica e la parola”
(m.d.m., Tutti amici nel cosmo con i Pholas Dactilus [sic!], “Il
Lavoro”, 29 settembre 1973, p. 12). Le musiche sono il tessuto
che collegano e sostengono ogni elemento verbale per un esperimento
di “suoni e parole” che non ha eguali nella produzione
italiana contemporanea. Il linguaggio rimanda direttamente alla
tradizione del progressive nostrano con un riferimento preciso al
Banco del Mutuo Soccorso sia per
le evoluzioni contrappuntistiche dell’accoppiata pianoforte-organo
hammond, sia per gli accenti ritmici. Ma la band bresciana non rinuncia
a varianti di itinerario in altri territori: dissonanze e interventi
rumoristici vicini alla musica concreta (1: 18’31”)
o talvolta al free jazz (1: 16’20”); l’organo
hammond che ha il prezioso compito di conferire ai brani un’unica
patina psichedelica (2: 9’00”, 13’15” e
17’42”); i tempi dispari (da notare l’obliquo
e ambiguo giro di rock’n roll – 1: 09’08”).
Eppure le radici con il progressive si avvertono: spesso l’ossessività
ritmico-armonica lascia spazio a momenti sinfonici come in 1: 23’22”
quando c’è spazio per un Largo fedele ad una certa
ariosità prossima alla PFM o ai Maxophone,
oppure all’inizio della seconda traccia in cui il richiamo
al Blues Rondò a la Turk (in salsa Nice)
è più che evidente. L’episodio musicale di maggiore
rilievo è nella seconda traccia (2’20”): in questo
brano sincopato emergono le individualità più tecnicamente
dotate. Il chitarrista Eleino Colledet ricorda
Mussida nei fraseggi veloci, benché la timbrica
del suo strumento lo avvicini, contemporaneamente, a Tony
Sidney dei Perigeo; il pianismo di Valentino
Galbusera, invece, si muove tra la classicità novecentesca
e il jazz delle ultime generazioni, in un piacevole gioco di irte
armonizzazioni non sempre canoniche.
Concerto delle menti non è certamente un album
di facile digeribilità, infatti richiede ben più di
un (attento) ascolto per essere metabolizzato. Al di là delle
difficoltà, rimane sicuramente uno dei più originali
e felici eventi della creatività sperimentale europea che
può annoverare qualche parentela con altri nobili esempi
(Magma, Gong e Amon Düül)
Percorsi d’ascolto
BANCO - Darwin
BATTIATO - Fetus e Pollution
MAGMA - 1001 Degrees Centigrades
AMON DUUL - Psychedelic underground
(R.S.)
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