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LE
ORME
Uomo di pezza
(Polygram 1972)
1. Una dolcezza nuova 2.
Gioco di bimba
3. La porta chiusa 4. Breve immagine
5. Figure di cartone 6. Aspettando
l'alba
7. Alienazione |
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Ho sempre avuto un debole per Uomo di pezza. A partire dalla
copertina di Walter Mac Mazzieri, con quelle figure
sinuose e irreali, a metà strada tra Alice nel Paese delle
Meraviglie e una versione fumettistica del Grido di
Munch, da cui mutuano quasi la posa. Più “evoluto”
e complesso musicalmente di Collage, ma privo degli orpelli
e delle forzature che in un certo senso macchiano il “concept
a tutti i costi” Felona e Sorona, Uomo di pezza
è probabilmente l’album che meglio di ogni altro rappresenta
l’essenza delle Orme, sempre in bilico tra la melodia tutta
italiana di certe ballate e la potenza quasi selvaggia delle cavalcate
strumentali guidate dall’hammond e dai synth di Tony
Pagliuca. “Uomo di pezza
è l’album più liberatorio delle Orme. Il precedente
Collage racchiude tutte le problematiche dell’opera
prima. Carico di entusiasmo e spinto da incontenibile voglia di esprimersi
e di cambiare il mondo, Collage si afferma esplodendo sul
mercato. Ormai ce l’avevo fatta. Appagato e soddisfatto mi sono
avviato verso i lidi della contemplazione da cui poter liberare tutta
la gratitudine per il creato. Da questo sentimento è scaturita
la serie di storie rivolte al femminile che compongono Uomo di
Pezza“ (Tony Pagliuca – Intervista di Paolo Carnelli
in “Wonderous Stories” n. 21). Prima di scendere
nel dettaglio, va ricordato che Uomo di pezza è l’album
che contiene l’hit Gioco di bimba, brano che da sempre
divide gli ascoltatori e la critica prog e che all’epoca fu
addirittura motivo di tensione tra la band e il pubblico durante la
esibizioni dal vivo: “Estrapolare Gioco
di Bimba dal suo contesto – spiega oggi Pagliuca – non
ha molto senso. Però se il brano ha avuto la fortuna di diventare
popolare non vedo dove sia il problema…”.
L’album propone sette brevi storie, sette schizzi di donne
(ma la donna potrebbe anche essere una sola) tradite dagli uomini
e abbandonate dalla società, rincorse dai fantasmi di un
passato doloroso che non può essere dimenticato. Donne tenute
in scacco da paure quasi insuperabili (Una dolcezza nuova, La
porta chiusa), che affondano le loro radici in violenze infantili
(Gioco di bimba, Figure di cartone). Donne risucchiate
e perse in una sorta di vertigine spazio temporale (Aspettando
l’alba), esseri al cui cospetto l’uomo si rivela
ancora fatalmente immaturo. La colonna sonora di questi racconti
è, in pieno stile Orme, un’alternanza di vuoti e di
pieni, un’altalena di dinamiche che vanno dal sussurrato al
fortissimo, in cui spesso sembra far capolino più l’inquietudine
macabra e surreale dei Goblin che la vocazione
circense di Emerson Lake e Palmer. L’iniziale
Una dolcezza nuova chiarisce subito il concetto che sarà
portante anche per gli altri brani: dalla potente apertura organistica
bachiana di Pagliuca (la Ciaccona), il pezzo si scioglie
nei liquidi arpeggi pianistici di Giampiero Reverberi
(vero e proprio quarto membro aggiunto del complesso anche nei successivi
Felona e Sorona e Contrappunti) chiamati a sostenere
la voce limpida di Tagliapietra. L’atmosfera è intima
e morbidamente crepuscolare come in un romanzo di Flaubert. La successiva
Gioco di bimba alimenta ancora l’ambiguità
di un disco che sa parlare all’ascoltatore su diversi piani
narrativi. L’andamento deliziosamente cantilenante del brano,
organizzato su un tempo ternario dall’incedere medievaleggiante,
permetterà alla canzone di scalare le classifiche italiane
nonostante il testo tratteggi in maniera neanche troppo velata una
storia di violenza e di pedofilia. Il disco ha il suo fulcro nei
sette minuti di La porta chiusa, dominato dall’hammond
violento ed emersoniano di Pagliuca e dalla ritmica solida di Michi
Dei Rossi, ancora con un alternarsi di vuoti e di pieni che creano
una sensazione di incertezza e di attesa. Nella seconda facciata
guadagna maggiore spazio l’acustica di Tagliapietra, ma non
per questo cala la tensione: dagli arpeggi obliqui di Breve
Immagine, squarciata da una violenta apertura di mellotron,
si passa all’incedere beat di Figure di Cartone,
fino al cul de sac ipnotico di Aspettando l’alba.
Lo strumentale Alienazione chiude il disco con la ferocia
del serial killer: dopo l’assalto iniziale (1’40’’)
su una ritmica tribale ossessiva sono ancora il moog e l’hammond
di Pagliuca a farsi portavoce, attraverso le dissonanze e la quasi
cacofonia, di tutte quelle paure che sono destinate ad accompagnarci,
indelebili, per l’intero arco della nostra vita.
Percorsi d’ascolto
EL&P - Omonimo
(P.C.)
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