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One Love... Dai Beatles al Progressive Rock,
passando per la Classica: nasce la musica “dei” giovani
a cura di Armando Gallo

Per me l’inizio degli anni ’70 fu un periodo splendido, davvero eccezionale. Vivevo a Londra e mi sono trovato testimone di un notevole rinascimento musicale. I Beatles si erano ufficialmente sciolti ad aprile del 1970 e la sensazione di vuoto, lo shock della loro rottura, aveva generato un periodo decisamente di grande evoluzione artistica. I Beatles avevano ispirato e spinto gruppi di giovani a mettere su una band (li chiamavamo complessi allora…) e a suonare la “pop music”. Dopo l’intento iniziale di scrivere qualche canzonetta, alcuni “complessi” come King Crimson, Genesis, Yes, Colosseum, Jethro Tull, Pink Floyd, Emerson Lake and Palmer, Gentle Giant, Van Der Graaf Generator e molti altri si scoprirono grandi musicisti con idee artistiche che intendevano abbracciare la musica per intero. Non a caso venni a scoprire nelle mie interviste che Nick Mason, batterista dei Pink Floyd, ascoltava solo musica classica o che Ritchie Blackmore, chitarrista dei Deep Purple, rubava tutti i suoi assoli al virtuosismo di Bach. Keith Emerson addirittura suonava l’honkie tonk al piano in un pub, prima di scoprire Rondo con i Nice che lo portarono a formare gli ELP.

L’aneddoto più significativo di quel periodo fu una telefonata che ricevetti da Roma alla fine di settembre del 1970: “Sono Saverio Rotondi, il nuovo direttore di Ciao 2001”, disse la voce dall’altra parte del filo, “Voglio sapere se sei in grado di fare due articoli a settimana e una rubrica di notizie da Londra. Basta con i Beatles o i Rolling Stones. Ti do carta bianca per parlare di tutti i nuovi complessi”. C’era qualcuno anche in Italia che aveva capito il profondo cambiamento in corso. Naturalmente accettai. Sono quelle telefonate che ti cambiano la vita. Avevo iniziato a fare il giornalista nel 1967 con la sola intenzione di incontrare i Beatles, ma mai mi era stata fatta una proposta così appetitosa. Iniziai la rubrica settimanale Recentissime da Londra e la caccia ai nuovi gruppi che si esprimevano in maniera “progressiva”. Stava nascendo il progressive rock… and The Least We can Do Is Wave to Each Others. Scoprii subito questo album dei Van der Graaf Generator - “il minimo che possiamo fare è salutarci” - che diventò quasi un passa parola tra i nuovi fans del Progressive Sound. Eravamo tutti parte di un piccolo grande segreto che stava per esplodere. La discografia non era quella grossa industria che diventò più tardi. Molti “complessi” non avevano nemmeno un manager (Genesis). Non esistevano ancora i grossi ingaggi (Pink Floyd al Palasport di Roma e Brescia per 1000 sterline nel giugno del 1971). I gruppi iniziarono a incidere album invece di canzonette e nuove etichette discografiche come la Charisma iniziarono a dare totale libertà artistica ai loro giovani gruppi.

La peculiarità di questo nuovo linguaggio musicale, che ci affrettammo subito a chiamare “progressive rock”, era il consapevole o inconsapevole abbraccio della musica classica con il pop di allora. Non dimenticherò mai l’indescrivibile sentimento di grazia che provai quando calai la puntina del mio giradischi sui solchi del secondo album dei Genesis, Nursery Cryme. Il primo brano era The Musical Box, una “canzoncina” ispirata ai ricordi dell’asilo, ma confezionata seguendo le migliori composizioni di musica classica con una produzione totalmente rockeggiante. “La chitarra che va da uno speaker all’altro non si era ancora mai sentita”, mi raccontò John Anthony, produttore anche del fenomenale Pawn Hearts dei Van Der Graaf. Ascoltare i Genesis, appena ventenni, che emanavano ricordi vittoriani, era come ascoltare un vecchietto rimasto intrappolato in un corpo giovane. Più tardi, nel 1978, affidai a Paul Whitehead l’illustrazione di questa idea e ne uscì fuori il dipinto Shine Son, che usai per la copertina della versione tedesca della mia biografia dei Genesis e che recentemente ho usato nella ristampa inglese del libro (Per informazioni: argallo@aol.com).

Un’altra telefonata mi fece scoprire Le Orme e la voglia di scendere in Italia a vedere cosa stava succedendo. Avevo lasciato l’Italia nel 1966 in balìa di Rita Pavone e Peppino di Capri e la telefonata di Toni Pagliuca, a Londra per incontrare Keith Emerson e comperare un Minimoog, il primo leggendario sintetizzatore dell’epoca, mi aveva incuriosito. Era il gennaio del 1971 e Le Orme si stavano preparando a registrare uno degli album di rottura del progressive rock italiano, Collage. Si erano affidati a un produttore con una profonda conoscenza del classico, Gianpiero Reverberi, e diventai subito un ammiratore della loro evoluzione artistica. Era davvero un cambiamento coraggioso dal loro primo album del ‘68. Trovavo davvero encomiabile che giovani artisti volessero trovare ispirazione non soltanto nel blues e nel rock and roll come avevano fatto gli Stones e i Beatles, ma anche nel vasto repertorio classico lasciato da artisti del ‘700 e ‘800. “È necessario cercare ispirazione nel passato e lanciare nuove sfide nel futuro”: questo lo scrissi non solo per i Genesis e Le Orme, ma anche quando ascoltai Born To Run di Bruce Springsteen. Andatela a riascoltare. È un grande esempio di classic rock.

Si è detto spesso che quella fosse musica dei giovani, non per i giovani. Questo perché l’avevamo scoperta noi giovani. Non c’era stata imposta da nessuno. Era la nostra espressione artistica e le case discografiche erano in balia di questa nuova forma musicale. Non sapevano come promuoverla, come creare un marketing. I primi dischi dei Genesis venduti in Italia vennero addirittura importati dalla Phonogram italiana. La stessa casa discografica rimase con Collage in mano per tutta l’estate del 1971. Le Orme, che avevano tanta voglia di suonare dal vivo, senza album, riuscirono a tirar su solo tre date quell’estate, quando avrebbero potuto esplodere. Collage infatti, quando finalmente venne distribuito a settembre, andò direttamente al primo posto in classifica. Nel giugno del 1971 venne organizzato a Viareggio un festival di tre giorni: Primo Festival d’Avanguardia e Nuove Tendenze. Gli organizzatori cercarono di trasformarlo in una gara con tanto di giuria giornalistica seduta nelle prime file. L’assetto non durò molto, i poveri giurati vennero bombardati da zolle d’erba sradicate dal prato e fatti fuggire. Il Festival continuò senza giuria. “La musica è nostra!”, gridarono gli hippies italiani. Il Rovescio della Medaglia, con il chitarrista Enzo Vita, dallo sguardo satanico, salì sul palco e annunciò: “Mò ve famo un pezzo che s’entitola La Bibbia!”. Furono loro i vincitori morali del festival mentre la “giuria” aveva assegnato la vittoria ai Delirium. Joe Vescovi, tastierista dei Trip, aveva incitato il pubblico alla rivolta. Eddy Ponti, il presentatore, cercava di calmare gli animi sorridendo nel microfono con: “Amore e pace! Amore e pace!”. Alzando le due dita in segno di pace un ragazzo romano sotto il palco gridò: “Amore e pace, va bene, ma quand’è che se sforchetta!?”, girando le due dita di “amore e pace” in un immaginario piatto di spaghetti. Non solo questa era la musica dei giovani. Era così “loro” che esigevano anche di essere serviti con la cena. Grandi tempi, indimenticabili!

Dal punto di vista dell’informazione era tutto in mano alla stampa specializzata e anche alla radio, ma in maniera relativa. In Inghilterra c’erano Melody Maker, New Musical Express, Record Mirror e Sound. Quattro settimanali che si leggevano come quotidiani, dove trovavi tutte le notizie sui dischi in uscita, i concerti da vedere, le recensioni e le interviste con tutti i gruppi e gli artisti del momento. Phil Collins e Steve Hackett arrivarono ai Genesis attraverso un annuncio sul Melody Maker. La BBC organizzava dei veri concerti dal vivo nei suoi studi e questi nastri sono oggi storici. In Italia c’erano Ciao 2001 e Qui Giovani. Nel 1973 l’editore di Qui Giovani sparì e Ciao 2001 diventò la bibbia degli appassionati di musica. In radio c’era una trasmissione di qualche ora intitolata Per voi giovani, diretta da Paolo Giaccio e condotta da Claudio Rocchi e Carlo Massarini. Ma era la RAI… non esistevano ancora le radio private (difficile da immaginare). Questa trasmissione era una boccata d’ossigeno ma non troppo per le esigenze anarchiche e spassionate dei fan del periodo. Il potere della stampa era incredibile. Un articolo su Ciao 2001 era quasi sufficiente per lanciare una nuova band. Me ne accorsi quando presentai Collage delle nuove Orme e l’album andò a ruba. Due mesi prima ero andato a trovare Il Rovescio della Medaglia alle prove in uno scantinato di Monte Mario, un quartiere di Roma. Ciao 2001 pubblicò il mio servizio su tre pagine dove denunciavo le case discografiche come cieche e sorde al grande talento di casa. La RCA li prese subito sotto contratto e incisero il loro primo album, La Bibbia, dal vivo negli studi romani della RCA. Nel ‘74 andai in tournée con la Premiata Forneria Marconi in America, per 2 mesi: ogni settimana scrivevo il diario del tour. Quella rimase per sempre la “leggendaria” tournée USA della PFM.

Ci sono molti artisti che si rifanno a quel periodo: pensavo che l’idea fosse insulsa. Poi cinque anni fa sono stato invitato a Quebec City, in Canada, a vedere The Musical Box, forse la migliore cover band al mondo dei Genesis. Non solo avevano un cantante/attore, Denis, che impersonificava Peter Gabriel alla perfezione, ma anche le chitarre, la batteria e soprattutto le tastiere erano le stesse impiegate dai Genesis, quelli veri, la band che va da Trespass (1970) a The Lamb Lies Down on Broadway (1974). L’introduzione di mellotron di Watcher of the Skies aveva strappato le lacrime a numerosi spettatori ed è stato molto facile diventare un fan anche di Denis e dei Musical Box. Forse suonano anche meglio dei Genesis di allora e se fossi Tony Smith li metterei subito sotto contratto con la Hit & Run. Vedere i Musical Box che fanno lo spettacolo dal vivo di Selling England By the Pound con le scenografie e la stessa strumentazione della band originale, lo show del 1973, è un grande inaspettato regalo.

Cos’è rimasto della musica oggi? Cos’è il rap? Questa forma d’espressione che ha soppiantato il rock e la musica in tutte le sue forme? È questa la nuova musica dei giovani o per i giovani? Cosa rimane di quella musica oggi? Sono stato particolarmente felice quando John Frusciante, il chitarrista dei Red Hot Chili Peppers, mi ha raccontato che quando è uscito dal tunnel dell’eroina, la prima musica che l’ha preso è stata quella dei Genesis, “the period with Peter Gabriel”, ha precisato. E con quella in mente è tornato nella band ad incidere Californication.

ONE LOVE,

 


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