Tutti sappiamo quale crogiuolo di qualità tecniche e contenutistiche
fosse la città di Napoli nella prima metà degli anni
’70. La città partenopea ha dato i natali a band incredibilmente
inventive ed ispirate. Una di queste è stata il Cervello, gruppo
fondato dal chitarrista Corrado Rustici, fratello
di Danilo, anch’egli chitarrista ma dei ben più noti
Osanna. Ricorda il cantante Gianluigi Di
Franco: “Eravamo in cinque ma
in realtà il gruppo creativo erano tre persone: il sottoscritto,
Corrado Rustici e il polistrumentista Antonio Spagnolo, che era un
grande sperimentatore di sonorità…”.
Questo disco è un fulmine a ciel sereno per la complessa
bellezza delle sue elaborazioni musicali. Vengono fusi perfettamente
il sound mediterraneo con la sperimentazione acustica ed elettrica
più pura e libera. Tutto è ispirato alle atmosfere
che aleggiavano nella tragedia e nel pathos greco, come si può
evincere dai titoli dei brani e del disco stesso, Melos,
metafora mitologica del canto. La copertina del disco, molto particolare,
“era basata sul nome del gruppo. La
figura della scatola di pelati che si apriva voleva rappresentare
un po’ una scatola da cui veniva fuori il cervello, non quello
reale, ma il suo succo dentro il quale c’erano le nostre foto.
In qualche modo anche noi stessi rappresentavamo qualcuno che pensava
in maniera cervellotica” (Di Franco). Con Melos
c’è finalmente un netto distacco dai modelli d’oltremanica:
il Cervello dimostra in ogni nota di saper dare vita ad un esempio
musicale insolito e autonomo. Insieme alle sovraincisioni di chitarra
di Corrado Rustici, vi sono i flauti suonati da
quattro dei cinque componenti e i corni che formano il tappeto sonoro
che di solito è simulato dalle tastiere, qui assenti per
scelta coraggiosa e consapevole da parte del gruppo, in completa
controtendenza con le mode dell’epoca.
Dall’intro sulle arie flauteggianti, un po’ bucoliche
ma anche angoscianti quando entra il recitato di Canto del Capro,
si parte per un viaggio attraverso un lavoro da cardiopalma. Il
risultato è un affresco rock dalle sfumature progressive
pastorali. Il flusso sonoro ci conduce dalla complessa Trittico
(nella quale Gianluigi Di Franco dà una grande prova di voce
limpida ed acuta), fino ad episodi come Euterpe, dai temi
in contrasto, scivolando sulle note jazz-rock prepotenti di Scinsione
(T.R.M.) e su quelle più suggestive di Melos,
portata sempre dal vivo nei grandi Festival dell’epoca, e
di Galassia. Proprio sui festival Di Franco rivela un interessante
episodio: “Partecipammo alla manifestazione
“Gondola d’Oro”. Io mi presentai vestito da Diana,
dea della caccia, e Corrado da dio egiziano. Suonammo Melos. Danilo
Rustici ed Elio D’Anna ci avvisarono che era una situazione
imbarazzante, ma noi rispondemmo che non ce ne fregava niente. Alla
fine la tv ci riprese in campo lungo da lontano perché avevamo
delle parti del corpo esposte. Poi scoprii, il giorno dopo, che
la stampa rimase scandalizzata da questo fatto e dalla frase nella
canzone che diceva “Maschere d’osso si baciano mute”.
Ho ancora i ritagli di giornale: era una cosa veramente sconcia
per l’epoca e sono passati solo trent’anni e non trecento,
per far capire come sono cambiati i costumi delle persone”.
La tranquilla e corale Affresco chiude questo bellissimo
lavoro, da ascoltare lasciandosi rapire dalle atmosfere tranquille
interrotte improvvisamente da energici ingressi progressive adrenalici.
Percorsi d’ascolto
BALLETTO DI BRONZO - YS
OSANNA - Palepoli
AKTUALA - Omonimo
KING CRIMSON - Lizard
FINISTERRE - In limine
(D.C.)
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