Immaginate di essere nel 1973, di entrare in un negozio di dischi
e imbattervi in una copertina che illustra un manichino dadaista,
in compagnia di una frase tristemente nota (Arbeit Macht Frei). Più
sopra, la scritta: “Area. International POPular Group”.
Aprite la copertina ed ecco che salta fuori una P38 di cartone con
la scritta “corpo del reato”. All’interno, loro,
i musicisti seduti per terra tra simboli “ideologici”.
Già come si presenta, questo disco è un pugno nello
stomaco “visivo”. Arbeit Macht Frei è
un manifesto poetico, gemma di un’etichetta alternativa (la
Cramps di Gianni Sassi), attenta
a quei fenomeni artistici che, altrove, non avrebbero trovato spazio.
Gli Area, nel loro frequente e polemico richiamo
alla realtà, si distanziano enormemente dalle linee portanti
del progressive nazionale: li distingue soprattutto una militanza
ideologica vicina alla sinistra extraparlamentare, riscontrabile
nei loro testi, caustici e icastici, vere e proprie denunce ai bordi
della Storia. Da tale impostazione emerge un inequivocabile approccio
di lettura dei fatti secondo il grimaldello marxiano. Alcuni versi
della title track auspicano la coscienza di classe in chi è
diventato lo strumento del potere (“Tetra economia/quotidiana
umiltà/ti spingono sempre/verso arbeit macht frei”).
Temi antichi ma non certo obsoleti o inattuali in anni di forti
tensioni sociali. Anche la loro opzione musicale passa attraverso
la provocazione: si rivolgono al pubblico dei raduni pop ma l’invito
è di “andare oltre”. Il rock stesso non è
esente da critiche: s’è persa la forza “eversiva”
degli inizi per un ripiegamento entro i meccanismi del profitto
dell’industria culturale. Il loro iter sfocia, naturaliter,
nell’appropriazione debita di suggerimenti tratti da qualsiasi
forma di radicalizzazione sonora: si spazia dalle propaggini più
estreme della musica contemporanea colta a quelle del jazz. Inoltre
una dedizione profonda per l’ethnos, inteso come interesse
per quei popoli che “non contano” ma che tanto di alternativo
e di vivo possono dare alla “nuova” musica. La miscela
è esplosiva: legati in primis alle radici britanniche del
jazz rock europeo (Soft Machine e i Nucleus
di Ian Carr), gli Area danno vita ad un disco originalissimo,
soprattutto grazie alla singolare versatilità vocale di Demetrio
Stratos.
Si parte con la famosissima Luglio, agosto,
settembre (nero), introdotta da Stratos tra il gospel e il
salmodiante: le sue parole rimandano ad un episodio contemporaneo
(la strage dei Palestinesi cacciati dai territori giordani nel settembre
del 1970), mentre il tema musicale, poliritmico, si ispira a scale
orientali (il motivo, composto dal tastierista Patrizio
Fariselli, verrà “incastrato” da Daniele
Sepe nella sua rilettura dell’originale macedone
Yerakhinà). Arbeit Macht Frei nasce in un clima
davisiano (alla Bitches Brew, per intenderci) ma viene
sconvolta da cambi di ritmo, dagli interventi di Stratos (che azzerano
qualsiasi concetto di canzone) e da notevoli momenti solistici (il
sax di Busnello, l’Arp Odissey di Fariselli, l’acida
chitarra di Tofani). Anche Consapevolezza gioca su toni
simili: in più punti il sax di Busnello ammalia l’ascoltatore
in una selva di chiaroscuri sonori; riguardo alle ritmiche dispari,
Fariselli precisa: “In Consapevolezza
il tema principale è in 7/4, mentre nell’intro si usa
un 12/8 con qualche battuta in 11/8. Usare i tempi dispari significa
in qualche modo spiazzare l’ascoltatore con ritmiche forti
ma inusuali”. In Labbra del tempo colpisce
l’incipit be - bopeggiante subito fatto tacere dalle note
tenui e atmosferiche del sax: bello il solo del piano elettrico
Fender Rhodes (al minuto 2’14”, il cui suono saturato
fu ottenuto con “un amplificatore Fender
Twin Reverb con, a volte, un pedale ring modulator”
(Fariselli). Da non perdere l’acuto
di Stratos e le sua tenuta della nota: una vertigine! (vedi 5’04”).
Busnello è di nuovo protagonista in 240 km da Smirne
(il titolo? Provate a chiedere a Fariselli e vi risponderà:
“Questo è un segreto. Sappiate
che vi si trova un castello...”), mentre Dijvas
al basso mostra già i tratti caratteristici del suo stile
con quella tendenza all’arpeggio sincopato e a modulare le
note “lunghe” (2’08”). Il disco si chiude
con L’abbattimento dello Zeppelin: rumorismo, esplosioni
elettroniche, sax ululanti, chitarre sature, vocalismo contemporaneo,
jazz ossessivo e un j’accuse: “Il
pezzo se la prendeva con i palloni gonfiati del rock anglo-americano.
Niente di personale contro i Led Zeppelin. Loro hanno semplicemente
pagato per tutti gli altri” (Fariselli).
Percorsi d’ascolto
SOFT MACHINE - Five e Six
(R.S.)
|