a cura di CSPI, MovimentiProg e Wonderous Stories

Credits >>

Una guida alla guida >>
a cura dei curatori

One Love... >>
a cura di A.Gallo

Volevamo cambiare il mondo >>
a cura di G.Leone

50 album per scoprire
il Rock Progressivo italiano
degli anni '70 >>

Le Woodstock d'Italia >>
a cura di P.Ansali

Ciao Umberto... ciao... >>
a cura di L.Vairetti

Bibliografia >>
a cura di R.Storti

Sitografia >>
a cura di D.Zoppo

Quotazioni vinili >>
a cura di P.Noro

Breve biografia dei curatori >>

Contatti >>

AREA
Arbeit Macht Frei (Il lavoro rende liberi)
(Cramps 1973)

1. Luglio, agosto, settembre (nero)
2. Arbeit macht frei 3. Consapevolezza
4.
Le labbra del tempo 5. 240 chilometri da Smirne 6. L'abbattimento dello Zeppelin


Immaginate di essere nel 1973, di entrare in un negozio di dischi e imbattervi in una copertina che illustra un manichino dadaista, in compagnia di una frase tristemente nota (Arbeit Macht Frei). Più sopra, la scritta: “Area. International POPular Group”. Aprite la copertina ed ecco che salta fuori una P38 di cartone con la scritta “corpo del reato”. All’interno, loro, i musicisti seduti per terra tra simboli “ideologici”. Già come si presenta, questo disco è un pugno nello stomaco “visivo”. Arbeit Macht Frei è un manifesto poetico, gemma di un’etichetta alternativa (la Cramps di Gianni Sassi), attenta a quei fenomeni artistici che, altrove, non avrebbero trovato spazio.

Gli Area, nel loro frequente e polemico richiamo alla realtà, si distanziano enormemente dalle linee portanti del progressive nazionale: li distingue soprattutto una militanza ideologica vicina alla sinistra extraparlamentare, riscontrabile nei loro testi, caustici e icastici, vere e proprie denunce ai bordi della Storia. Da tale impostazione emerge un inequivocabile approccio di lettura dei fatti secondo il grimaldello marxiano. Alcuni versi della title track auspicano la coscienza di classe in chi è diventato lo strumento del potere (“Tetra economia/quotidiana umiltà/ti spingono sempre/verso arbeit macht frei”). Temi antichi ma non certo obsoleti o inattuali in anni di forti tensioni sociali. Anche la loro opzione musicale passa attraverso la provocazione: si rivolgono al pubblico dei raduni pop ma l’invito è di “andare oltre”. Il rock stesso non è esente da critiche: s’è persa la forza “eversiva” degli inizi per un ripiegamento entro i meccanismi del profitto dell’industria culturale. Il loro iter sfocia, naturaliter, nell’appropriazione debita di suggerimenti tratti da qualsiasi forma di radicalizzazione sonora: si spazia dalle propaggini più estreme della musica contemporanea colta a quelle del jazz. Inoltre una dedizione profonda per l’ethnos, inteso come interesse per quei popoli che “non contano” ma che tanto di alternativo e di vivo possono dare alla “nuova” musica. La miscela è esplosiva: legati in primis alle radici britanniche del jazz rock europeo (Soft Machine e i Nucleus di Ian Carr), gli Area danno vita ad un disco originalissimo, soprattutto grazie alla singolare versatilità vocale di Demetrio Stratos.

Si parte con la famosissima Luglio, agosto, settembre (nero), introdotta da Stratos tra il gospel e il salmodiante: le sue parole rimandano ad un episodio contemporaneo (la strage dei Palestinesi cacciati dai territori giordani nel settembre del 1970), mentre il tema musicale, poliritmico, si ispira a scale orientali (il motivo, composto dal tastierista Patrizio Fariselli, verrà “incastrato” da Daniele Sepe nella sua rilettura dell’originale macedone Yerakhinà). Arbeit Macht Frei nasce in un clima davisiano (alla Bitches Brew, per intenderci) ma viene sconvolta da cambi di ritmo, dagli interventi di Stratos (che azzerano qualsiasi concetto di canzone) e da notevoli momenti solistici (il sax di Busnello, l’Arp Odissey di Fariselli, l’acida chitarra di Tofani). Anche Consapevolezza gioca su toni simili: in più punti il sax di Busnello ammalia l’ascoltatore in una selva di chiaroscuri sonori; riguardo alle ritmiche dispari, Fariselli precisa: “In Consapevolezza il tema principale è in 7/4, mentre nell’intro si usa un 12/8 con qualche battuta in 11/8. Usare i tempi dispari significa in qualche modo spiazzare l’ascoltatore con ritmiche forti ma inusuali”. In Labbra del tempo colpisce l’incipit be - bopeggiante subito fatto tacere dalle note tenui e atmosferiche del sax: bello il solo del piano elettrico Fender Rhodes (al minuto 2’14”, il cui suono saturato fu ottenuto con “un amplificatore Fender Twin Reverb con, a volte, un pedale ring modulator” (Fariselli). Da non perdere l’acuto di Stratos e le sua tenuta della nota: una vertigine! (vedi 5’04”). Busnello è di nuovo protagonista in 240 km da Smirne (il titolo? Provate a chiedere a Fariselli e vi risponderà: “Questo è un segreto. Sappiate che vi si trova un castello...”), mentre Dijvas al basso mostra già i tratti caratteristici del suo stile con quella tendenza all’arpeggio sincopato e a modulare le note “lunghe” (2’08”). Il disco si chiude con L’abbattimento dello Zeppelin: rumorismo, esplosioni elettroniche, sax ululanti, chitarre sature, vocalismo contemporaneo, jazz ossessivo e un j’accuse: “Il pezzo se la prendeva con i palloni gonfiati del rock anglo-americano. Niente di personale contro i Led Zeppelin. Loro hanno semplicemente pagato per tutti gli altri” (Fariselli).


Percorsi d’ascolto
SOFT MACHINE - Five e Six

(R.S.)


Realizzazione grafica di Paolo Carnelli 09/03 - Tutto il materiale ove non altrimenti specificato è di proprietà del CSPI